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Burocrazia: la spaventa-cervelli

Secondo stime recenti, ogni anno lasciano la Penisola oltre 25mila giovani laureati, prevalentemente professionisti qualificati come medici, avvocati, architetti e scienziati. A spingerli stabilmente verso altri paesi - come Regno Unito, Svizzera, Germania e Stati Uniti – sono le migliori prospettive di guadagno e di carriera. Una fuga di cervelli, questa, che secondo l’I-com (Istituto per la Competitività) costerebbe al nostro Paese circa 1,2 miliardi di euro all’anno e che, se arrestata, potrebbe portare un aumento annuo del pil di una ventina di miliardi. “Io non credo a questo discorso della fuga. La globalizzazione in scienza c’è sempre stata.” Federico Capasso, professor of Applied Physics alla Harvard University, sembra andare controcorrente: fin dal XVI secolo – afferma - Galileo Galilei comunicava con tutti i colleghi scienziati sparsi in tutto il mondo moderno di allora. “La scienza è sempre stata internazionale come intenti. Io credo che pochi scienziati si sentano in fuga.” Specialmente nel campo della ricerca, infatti, gli studiosi sono abituati da prima della nascita di internet a mettere in rete le proprie conoscenze. “Io ho avuto sempre rapporti di collaborazione con l’Italia. Negli ultimi 15 anni in Italia è cominciato un movimento di autocoscienza: gli italiani all’estero si rendono conto di poter contribuire per il loro Paese non solo come individui che fanno della ricerca, ma anche come rete che può essere usata come una risorsa per il Paese.” Sia pure escludendo la parola fuga, che non tiene conto della globalizzazione del mondo del lavoro e delle idee, tuttavia esiste di fatto una diaspora di giovani talenti italiani diretti all’estero che poi non vogliono o non riescono più a rientrare nel nostro Paese. A questo riguardo, Capasso punta il dito non sulla volontà, ma sulla fattibilità del rientro. Gli ostacoli principali, spiega, sarebbero due: “Uno continua a essere la burocrazia farraginosa, che è un ostacolo enorme allo sviluppo del Paese. Uno dei motivi per cui me ne sono andato negli Stati Uniti – anche se scientificamente mi trovavo sostanzialmente bene – è stato l’orrore di dover passare un tempo significativo a combattere il moloch amministrativo-burocratico.” Il secondo motivo che spingerebbe i giovani a lasciare l’Italia e a non farvi ritorno non risiederebbe tanto in una supposta carenza di risorse, bensì nell’esistenza delle baronie: “In Italia un ricercatore ambizioso, giovane, vuole soprattutto l’indipendenza scientifica. Non vuole punti di riferimento di un boss o di un barone. Il vantaggio del sistema americano è questo: che ognuno galleggia o affonda per le proprie forze. E questo aiuta le persone più in gamba.”

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