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La fine della schiavitù

 

Oggi è considerata una deviazione inaccettabile dalla condizione naturale dell’essere umano. Ma fino a tre secoli era il modo più naturale per produrre ricchezza: la schiavitù. Un tema approfondito dalla professoressa Silvia Salvatici a “Il Tempo e la Storia”, il programma di Rai Cultura, condotto da Massimo Bernardini.

Dopo la scoperta dell’America, la tratta atlantica porta nel nuovo continente 12 milioni di schiavi neri, modificando la composizione etnica di quella terra e aprendo la strada al destino coloniale dell’Africa.

Alla fine del Settecento, gli stessi padri fondatori degli Stati Uniti, sostenitori del principio della libertà individuale dell’essere umano, sono ancora grandi proprietari di schiavi. Ma proprio in quegli anni, in Gran Bretagna, poi in Francia e negli Stati Uniti, cominciano a farsi sentire i primi movimenti antischiavisti, che considerano i neri esseri umani come i bianchi.

Grazie alle pressioni di questi movimenti di opinione, la tratta atlantica viene dichiarata fuorilegge nel 1807. La schiavitù viene abolita in Gran Bretagna nel 1833, negli Stati Uniti nel 1865, dopo la vittoria degli Stati del Nord nella guerra di secessione, e soltanto nel 1881 in Brasile.

Ma bisogna aspettare la nascita degli organismi internazionali, come la Società delle Nazioni prima e l’Onu poi, perché la schiavitù venga condannata ufficialmente a livello mondiale e perché ad essa vengano equiparati anche il lavoro forzato, il traffico di donne e di minori e lo sfruttamento della prostituzione.

Malgrado i trattati e le convenzioni che si sono succeduti nell’ultimo mezzo secolo, nuove e diverse forme di schiavitù continuano ad esistere in molte parti del mondo, anche vicino a noi. La battaglia contro lo sfruttamento degli esseri umani è ancora lunga.

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