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La lettura di libri tra carta e digitale

La lettura in Italia ha avuto fasi alterne, come ci illustra Gino Roncaglia, professore associato di Informatica umanistica all'Univesrità della Tuscia: c’è stato un lungo periodo di crescita della propensione dell’abitudine alla lettura  che  ha coperto tutto il secondo dopoguerra ed è arrivato fino a circa il 2000.
Poi tra il 2000 e il 2010 c’è stato un periodo di crescita molto più lenta: si è passati da circa il 40% di lettori, cioè persone che hanno letto almeno un libro in un anno, a circa il 46,8 %. 
Dal 2010 ad oggi questo dato per la prima volta ha ricominciato a scendere: oggi siamo al 42% con una variazione impercettibile rispetto all’anno precedente.

Questi dati, secondo Rocaglia, rivelano che qualcosa è successo negli  ultimi anni, che ha in qualche modo rallentato l’abitudine alla lettura. Il punto è capire se il criterio che usiamo per misurare la propensione alla lettura è quello giusto: è corretto continuare a pensare alla lettura in termini di almeno un libro l’anno? Questo è un interrogativo importante in un momento in cui oggi noi viviamo attorno a testualità, ad una multimedialità digitale in tutte le forme. 
Oggi leggiamo moltissimo, ma molti meno libri e più contenuti di altro genere come i post dei social network, e-mail, sms: siamo circondati da testualità digitale, molto frammentata che distoglie non solo in Italia, dalla lettura della forma libro, lunga e organizzata.
Quindi occorre riflettere sulle forme della lettura anche in digitale, in particolare sulla frammentazione, che non necesariamente caratterizza il digitale: si può benissimo pensare in digitale a testi e prodotti e oggetti informativi complessi, articolati. Forse, conclude Roncaglia, dobbiamo porci il problema di come riconquistare la complessità anche nel mondo del digitale.

 

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