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 Le “Parole in gioco” di Stefano Bartezzaghi

Le “Parole in gioco” di Stefano Bartezzaghi

Parole in gioco – Per una semiotica del gioco linguistico, è l’ultimo libro di Stefano Bartezzaghi, pubblicato da Bompiani.

Stefano Bartezzaghi, docente di Semiotica e di Teorie della Creatività e direttore del master di giornalismo alla Iulm di Milano, nonché autore di una vastissima produzione saggistica proprio in qualità di esperto e appassionato di linguaggio, in questo ultimo lavoro si concentra sul “gioco di parole”. Attingendo dalla classicità, dal folklore ma anche dalla cultura di massa, Bartezzaghi ci accompagna in un viaggio tra le più curiose ed enigmatiche combinazioni linguistiche, e da finissimo e spericolato funambolo del linguaggio ci spiega la natura di queste scintille dell’intelligenza lessicale regalandoci gli strumenti per imparare ad amare, se possibile, ancora di più la lingua italiana e i suoi meravigliosi giochi di parole.

Per gentile concessione dell’editore Bompiani pubblichiamo due estratti dall’introduzione del libro Parole in gioco – Per una semiotica del gioco linguistico: l’incipit dedicato al titolo del volume e l’omaggio agli illustrissimi “compagni di gioco” di Stefano Bartezzaghi, da Umberto Eco a Piero e Alessandro Bartezzaghi (padre e fratello, entrambi maestri di enigmistica), da Bruno Munari a Gianni Rodari fino al grande Raymond Queneau.

Buona lettura.

 

Parole in gioco – Per una semiotica del gioco linguistico

Il titolo

Per un libro che ha l’ambizione di introdurre allo studio sistematico del gioco linguistico, un titolo come Parole in gioco non è particolarmente originale, né particolarmente pregnante. Almeno a mio modo di vedere ha però due caratteristiche vantaggiose. La prima è di ordine disciplinare e anzi teorico: è un titolo che permette di eludere (almeno nella dimensione del titolo, quella in cui la trattazione deve solo trovare una sintesi che la renda riconoscibile) tutte le ambiguità e le controindicazioni di espressioni come “gioco di parole” o “gioco con le parole”, sulle quali si corre il rischio di avere l’illusione di intendersi. Le parole hanno i loro giochi, questo è quanto dice il titolo: ed è, almeno per quella sede, abbastanza. Il secondo vantaggio è invece di ordine perfettamente occasionale, tanto che potrei persino non farne menzione, e forse sarebbe anche più opportuno.

Avevo appena cominciato la scuola elementare quando in casa comparirono le prime raccolte dei Peanuts, con titoli come: Arriva Charlie Brown! e Il bambino a una dimensione. Fra i diversi personaggi uno dei più entusiasmanti era “Pig Pen”, il bambino sudicione che non si lava mai e vive in una nuvola di sporco: quando viene ripulito da sua madre per partecipare a una festa, non viene fatto entrare perché nessuno lo riconosce, lindo, pettinato e ben vestito come non lo si è mai visto prima. Ricordo che nel libro italiano un asterisco rimandava a una nota che spiegava come il nome “Pig Pen” significhi: “recinto per maiali”. Non ricordo invece il momento in cui mi venne in mente che “Pig Pen” era un gioco di parole su “Big Ben”, il nomignolo del proverbiale orologio del Palazzo di Westminster. A Pig Pen ripensai quando si trattò di organizzare un festival sui giochi di parole a Urbino, assieme all’indimenticabile Maria Perosino e con l’amichevole complicità dell’assessora alla cultura Lella Mazzoli. Il titolo fu “Parole in Gioco” e l’evento ebbe tre edizioni, fra il 2006 e il 2008. L’acronimo di “Parole in Gioco” era “PiG” e non mi dispiaceva affatto l’omaggio segreto a quell’eroe della mia infanzia, nonché a una sottovalutata e vituperata (ma non da me) specie animale.

Proprio i Peanuts, del resto, dimostrano come le parole giochino sempre, anche quando non sembrerebbe. Per tradizione famigliare ero già avvezzo al rigore pressoché algebrico degli schemi enigmistici, in cui ogni singola lettera deve trovare la sua casella e non si può sgarrare sulla liceità delle mosse. Ma quando Charlie Brown dice che da grande vuole fare il guidatore di “torpedone” e Linus gli ribatte che invece, in quanto a lui, da grande farà il “fanatico” (ma fanatico di cosa? Risposta: “il fanatico eclettico”), quelle parole di suono e significato ancora sconosciuti innanzitutto mi colpivano per come arrivavano inaspettate. Normalissime parole, un po’ desuete e soprattutto remote dall’eloquio di un bambino: ma non era inverosimile che nell’universo dei Peanuts i bambini parlassero così. “Torpedone”, “fanatico”, “eclettico” erano per me già parole che giocavano, come la “faccia facciosa” di Charlie Brown o il bambino che si chiama “recinto per maiali”.

Dal calembour agli schemi di parole crociate, da “È arrivato un bastimento carico di...” al gioco televisivo della “Ghigliottina”, i giochi linguistici hanno potuto sviluppare apparati di regole, rituali di gioco, raffinatezze e capziosità, che a volte li hanno fatti sembrare degni di istituzioni di tipo olimpico o altrimenti di considerazione estetica (quando le due velleità non si combinano, come càpita ad esempio con la “ginnastica artistica”). Io cerco di rispettare tali altissime aspirazioni, ma certamente non le condivido. A me è sempre parso che le parole giochino già da molto prima che qualsiasi regola ne disciplini il gioco. Basta che si crei un contesto adeguato, e pronunciare una parola come “torpedone” è già giocare. Con il tempo ho scoperto che il gioco che mi interessa di più è questo: il gioco inavvertito della parola che pare libera e segue sue regole segrete, da scoprire.

[…]

Compagni di gioco

L’idea di raccogliere le idee che in questi decenni ho sparso in diverse e disparate sedi e di proporre un saggio per una possibile semiotica dei giochi linguistici è sorta nel corso del 2015, quando l’ho sottoposta a Federica Magro e Massimo Turchetta che allora fra le altre cose curavano il marchio Bompiani nell’ambito di Rizzoli. Il libro sarebbe dovuto uscire prima, ma a ritardarlo hanno concorso alcuni imprevisti nonché le complesse vicende proprietarie della casa editrice. Grazie alla direzione editoriale di Beatrice Masini ho però potuto lavorare con la stessa tranquillità e autonomia che mi garantivano i precedenti interlocutori e mi fa piacere ringraziare qui tutti e tre per l’opportunità che mi hanno dato di tornare a pubblicare con il marchio che già aveva salutato, un quarto di secolo fa, il mio esordio nell’editoria italiana maggiore.

Nel tempo intercorso, ci ha lasciato Umberto Eco e molto mi solleva (ma poco mi consola) averlo potuto salutare nei suoi ultimi tempi, raccontandogli anche di questo libro e della vicenda che mi ha riportato a pubblicare per l’editore a cui per più di mezzo secolo è stata legata la sua stessa attività, di autore, di editor e di intellettuale. Come ho già detto, sia sul versante del gioco sia su quello dello studio semiotico la figura di Eco ha avuto un ruolo decisivo nei percorsi che mi è capitato di compiere. Che sia possibile, e non inopportuno, impiegare gli strumenti della semiotica su una materia tanto frivola e volatile non mi sarebbe neppure venuto in mente, senza l’esempio e l’incoraggiamento che mi venivano da lui, nelle sue molteplici vesti di giocatore, semiologo, didatta, narratore, editor di lusso. Gioco, semiotica, Bompiani: per ricordare qui Eco basterebbe meno, e invece di ragioni ne avrei anche molte di più.

Ho già scritto molti dei nomi che in tutti questi anni sono stati decisivi per i miei indugi sulla grande scacchiera del linguaggio e dei suoi giochi. Potrei aggiungere quelli di Piero e Alessandro Bartezzaghi (uno, padre; l’altro, fratello; entrambi, maestri di enigmistica); di Giampaolo Dossena e di Nunzio La Fauci, di Bruno Munari e di Gianni Rodari, e magari quelli di Vladimir Nabokov e Raymond Queneau o Juan Caramuel y Lobkowitz e padre Pozzi. Ma più che una parete con ritratti di antenati (magari soltanto putativi) o un album di figurine, a stabilire la tabula gratulatoria di una raccolta come questa sarà il modo in cui ciascuno di loro entrerà nel discorso. Al lettore decidere se di volta in volta ciò avvenga per omaggio o per errore: in altre parole, per tradizione o tradimento.

 

Stefano Bartezzaghi (Milano, 1962) è docente di Semiotica e di Teorie della Creatività e direttore del master di giornalismo alla Iulm di Milano; collabora con “la Repubblica” e dirige “Il senso del ridicolo”, festival di Livorno sull’umorismo. Ha pubblicato diverse raccolte di giochi linguistici, enigmistici e letterari, e ha scritto la prima storia del cruciverba, L’orizzonte verticale (2007). Ha curato e commentato la nuova edizione degli Esercizi di stile di Raymond Queneau, nella classica traduzione di Umberto Eco (2001). Fra i suoi libri più recenti ricordiamo Dando buca a Godot. Giochi insonni di personaggi in cerca di autore (2012), Anche meno. Viaggio nell’italiano low cost (2013), M. Una metronovela (2015) e La ludoteca di Babele. Dal dado ai social network: a che gioco stiamo giocando? (2016).

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