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Regazzoni: il tempo e i nuovi linguaggi

 

Non si può parlare della concezione del tempo nella nuova serialità americana se non si parte dalla teoria di Derrida che concepisce il mondo come una rete testuale generale. Questo è l'assunto da cui prende le mosse il ragionamento del filosofo Simone Regazzoni su il tempo nei nuovi linguaggi narrativi. Considerare la fiction americana come parte della rete di cui parlava Derrida ci aiuta a non cadere nella trappola evidenziata da Stephen Kern nel suo The culture of time and space: pensare, cioè, che ci sia una causa unica della trasformazione della concezione del tempo, causa che poi si ripercuoterebbe nei testi della fiction, la realtà, infatti, va considerata come un sistema complesso e varie sono le trasformazioni che interagiscono nella rete testuale generale.

Nella nuova fiction americana, pensiamo soprattutto a titoli come Lost, Fringe, Flashforeward, ci troviamo di fronte a linguaggi narrativi completamente destrutturati e nella narrazione, cioè in come viene narrata e messa in scena la storia, e nelle storie stesse che vengono raccontate, che procedono attraverso viaggi nel tempo o attraverso salti spazio temporali. “The time is out of joint” ricordava Derrida citando Amleto: il tempo è fuori di sesto, è dissestato. E Lost è lo spartiacque tra una narrazione lineare e una narrazione in cui lo spazio/tempo è completamente destrutturato. Il presente è già abitato dal passato ed è già futuro. E allora, come si chiede il personaggio Daniel Faraday in Lost: “When are we now... in the time?” Dove siamo ora, nel tempo?

Simone Regazzoni su Liquida: www.liquida.it/simone-regazzoni/

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