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 Sgrammaticando: un libro per evitare gli errori più comuni

Sgrammaticando: un libro per evitare gli errori più comuni

Anche un solo congiuntivo sbagliato o mancato fa rumore; come si dice, «suona male»; produce, nelle orecchie delle persone attente alla lingua, lo stesso effetto sgradevole del gesso che scricchiola sulla lavagna”.

 

Con questo exerga del linguista Giuseppe Patota si apre il volume Sgrammaticando – Salviamo l’italiano dalla rete, scritto da Fiorella Atzori e pubblicato da Centauria Editore, una sorta di pronto soccorso grammaticale che, con leggerezza e ironia, ci aiuta non solo ad evitare gli errori più comuni, ma ci insegna anche ad amare profondamente la lingua meravigliosa che ci è dato di utilizzare ogni giorno per comunicare, esprimere e sviluppare il nostro pensiero.

Qualcuno si giustifica dicendo che è tutta colpa del T9, altri sostengono che usando le K al posto del CH e scrivendo UN PÒ  invece di UN PO’ si risparmiano caratteri, altre volte, quando mancano argomentazioni pur così deboli, si fa finta di niente. Fatto sta che al giorno d’oggi la correttezza della lingua italiana, tra social network e sms, viene tradita e bistrattata infinite volte ogni giorno. In questo contesto di diffusissima approssimazione e sciatteria, Sgrammaticando di Fiorella Atzori arriva come una boccata di ossigeno, un piccolo manuale che costituisce anche un indispensabile galateo social, per tutti coloro che non vogliono arrendersi alla barbarie linguistica.

Per gentile concessione dell’editore Centauria pubblichiamo la prefazione dell’autrice Fiorella Atzori.

 

Sgrammaticando – Salviamo l’italiano dalla rete.

PREFAZIONE

 

Come tutte le lingue neolatine, l’italiano è tutt’altro che una lingua semplice: grammaticalmente parlando, inglese e addirittura giapponese sono lingue molto più spartane. Il fascino dell’italiano, però, è dato anche dalla sua ricchezza e dalla sua complessità, caratteristiche che vanno gestite con disinvoltura, come quando indossiamo il nostro abito preferito: lo abbiamo da tempo, ci dona, non lo troviamo impegnativo o imbarazzante, diventa parte di quello che siamo. Parlare bene in italiano non significa, infatti, sfoggiare i vocaboli più inconsueti o far impazzire il nostro interlocutore in una rete infinita di proposizioni (per poi chiedergli a tradimento: «Nel discorso che ho appena fatto/scritto, qual è la proposizione reggente?», al che lo sventurato scappa in Brasile e cambia identità), ma esprimere al meglio il nostro pensiero. Una grammatica e una sintassi corretta, anche se alcuni non ci credono, aiutano a farsi capire. Cercare almeno di non cascare negli errori più comuni non è un puntiglio, è una strategia per avere successo con gli altri. Diventa più attraente, così, il congiuntivo?

Tra l’altro, leggendo le multiformi produzioni letterarie degli italiani – a partire da quella miniera di solecismi che è internet – ci si rende conto che basta davvero poco. Gli errori comuni non sono pochi, ma sono più o meno sempre gli stessi. Per me è stato inevitabile chiedermi: come mai proprio questi? Perché sono più o meno sempre gli stessi? Che hanno fatto di male alle persone il povero congiuntivo e l’infelice h, che viene messa quando non si deve e tolta

quando invece starebbe così comoda al suo posto? Vogliamo poi parlare di po’, il troncamento della parola poco, in cui così tanti – anche insospettabili – risparmiano sull’apostrofo per scialacquare, magari, in un accento sulla o che non serve a nessuno? Gli apostrofi, in generale, sono un problema. Una delle strategie più comuni è spargerli a piene mani sulla pagina come petali di rose a una cerimonia, senza curarsi più di tanto di dove andranno a cadere. Un’amica va bene. Ma anche un’amico, e che sarà mai, un apostrofo non si nega a nessuno. Se sei romano ne puoi mettere anche due: ‘n’amico. E invece, sorpresa, c’è una regola per gli articoli indeterminativi davanti ai sostantivi che iniziano per vocale, ma la scopriremo insieme tra un pochino.

È quasi superfluo precisare il fatto che questo genere di errori, di tipo ortografico, emerga molto più spesso e in maniera molto più evidente nella forma scritta e non in quella parlata. Quando qualcuno ci dice «Oggi sono un po’ stanco» non possiamo sapere se c’è l’intenzione di mettere l’apostrofo o meno; possiamo però chiederlo: «Ma con o senza apostrofo?». Questo però evoca inevitabilmente seri cipigli e lampade da tavolo puntate in faccia a mo’ di detective anni Cinquanta. Ovviamente scherzo. Tuttavia gli errori ortografici non sono da trascurare ed è importante porvi rimedio, perché tra scuola e università (e quindi compiti scritti), email, documenti, relazioni per lavoro, stati Facebook e messaggi su WhatsApp, la forma scritta è parte integrante della nostra comunicazione quotidiana. Pensate, però, a quanti tipi di comunicazione scritta utilizziamo ogni giorno. Mentre scriviamo una email al nostro capo, ecco che arriva un sms di un amico in crisi che ha bisogno di fissare un appuntamento con noi per sfogarsi di qualcosa. Il tempo di finire l’sms all’amico che sul Messenger di Facebook ci risponde una persona che avevamo contattato per avere informazioni riguardo a un evento. In dieci minuti tre persone, tre registri di comunicazione assolutamente differenti, quindi ancora più possibilità di sbagliare perché il livello di attenzione cala drasticamente. Cosa succede quindi? Lo scivolone, l’apostrofo al posto sbagliato e il congiuntivo discutibile sono sempre dietro l’angolo, ci aspettano in agguato. Se da una parte un amico può anche sopportare (e perdonare) un «Ci vediamo un pò più tardi perché ho del lavoro da consegnare», dall’altra scrivere «Sto finendo un’articolo e comincio a lavorare su quello nuovo» nell’email per il nostro capo può provocare disastri molto più veri. Certo che un tempo era molto più semplice: una telefonata e via, niente email, niente messaggini su WhatsApp e Facebook e niente complicazioni.

Alcuni errori ortografici che si commettono per iscritto sono invisibili nel parlato. Lo stesso non si può dire però del contrario, perché gli errori più comuni nel parlato (errato uso del congiuntivo, errori nel periodo ipotetico, confusione tra i pronomi complemento gli e le e tanti altri) sono, purtroppo, ben visibili anche nella forma scritta. Ed è subito pelle d’oca e disperazione.

Nelle prossime pagine scopriremo tante cose: alcune ben note, tanto da farci esclamare «Ma certo, questa la sapevo!»; altre più curiose, in grado di farci apprezzare come mai prima la ricchezza della nostra lingua. Per tornare alla metafora di prima, i vestiti che abbiamo da sempre, non a caso, sono spesso quelli che ci stanno meglio e che ci hanno accompagnato in molti momenti belli. Ma ogni tanto anche quelli vanno lavati e stirati, ovvero, fuor di metafora, dobbiamo dare una rinfrescata al nostro italiano per chiarire almeno i dubbi principali. Come cerca di fare il mio canale YouTube, Sgrammaticando, e come cercherà di fare questo libro.

Il primo video caricato sul mio canale YouTube decisi di dedicarlo proprio ad alcuni errori più comuni, per partire con il botto, e infatti è tutt’ora il video più visualizzato in assoluto: ogni mese è sempre tra i primi cinque video più visti.

A diversi errori comuni ho dedicato e continuerò a dedicare singoli video, perché meritevoli di essere un po’ approfonditi. D’altronde ci sarà pure un motivo se continuiamo a commetterli!

Prima di cominciare a vederne qualcuno insieme, dobbiamo darci delle regole (e ti pareva). Per fortuna sono solo due:

1. applicarsi;

2. non dare la colpa al correttore automatico dello smartphone.

Intendiamoci: i correttori automatici, di uno qualsiasi dei nostri software, di colpe ne hanno parecchie. Nell’aiutarci a scrivere proponendo vocaboli già memorizzati spesso generano «supercazzole» o frasi che nemmeno le traduzioni dal greco e dal latino. Però rappresentano anche uno splendido alibi quando, per disattenzione o per reale incertezza grammaticale, scivoliamo su una buccia di banana o più d’una.

Il mio aneddoto preferito in merito è dei tempi del liceo, quando il nemico si chiamava T9. Un amico (senza apostrofo) mi mandò un sms con qualche strafalcione grave che nel frattempo ho dimenticato e, rompiscatole fin da allora, gli risposi non sul merito ma sulla forma, ovvero rimproverandogli di aver toppato con la grammatica.

«Scusa, ha stato il T9!», fu la sua risposta. Novantadue minuti di applausi, direi.

E ora entriamo nel vivo del discorso e prepariamoci ad affrontare i nostri mostri.

 

Fiorella Atzori è nata e cresciuta in Sardegna e vive in Toscana. Laureata in Scienze della Comunicazione con una tesi sulla natura innata del linguaggio, ha da sempre un debole per l’italiano corretto e nel 2011 ha dato vita a Sgrammaticando, il canale di YouTube diventato in breve tempo un riferimento sugli «errori e misteri» della grammatica: i suoi video sono visti in tutto il mondo.

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