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Speciale Musica: parla Salvatore Accardo

“Lo studio della musica non prevede molti anni: prevede tutta la vita. Non si finisce mai!”

SPECIALE MUSICA: PARLA SALVATORE ACCARDO

Il talento e la tecnica da soli non bastano. Un esecutore deve sapersi mettere al servizio della composizione avendo l’umiltà di non sentirsi mai il protagonista assoluto della musica e di non smettere mai né di studiare né di apprendere tanto dai propri maestri che dai propri allievi. “Il momento in cui un musicista pensa che ormai ha raggiunto il massimo è meglio che smetta, perché vuol dire che non ha più niente da dire”, sostiene Salvatore Accardo, che nel corso dell’intervista affronta i punti salienti dell’apprendimento e dell’insegnamento dello strumento musicale aprendosi ai ricordi personali di allievo, insegnante e straordinario interprete del violino.

Citando le parole di uno dei più grandi violinisti del secolo scorso, David Oistrach, secondo il quale ‘la tecnica bisogna possederla per poterla dimenticare’,

Accardo pone l’accento sull’umiltà che un esecutore deve coltivare sempre nei confronti della musica, del compositore (“più importante dell’esecutore”) e dei propri colleghi dell’orchestra, perché la libertà dell’uno non vada a scapito della libertà dell’altro e soprattutto della riuscita dell’insieme: “Dire che il solista è accompagnato dall’orchestra è un errore madornale, perché entrambi sono parte della partitura.

” Affrontando nel dettaglio i vari aspetti e problemi dell’insegnamento, Accardo sfata il luogo comune secondo cui uno che non sa suonare possa comunque essere un grande insegnante, perché – sostiene - si può solo insegnare ciò che si sa, e perché l’apprendimento passa per l’ascolto, prima ancora che per la parola. Il talento è qualcosa che va preservato, è un dono che non va rovinato né dagli insegnanti né dalla famiglia.

E questo tanto più quando si ha a che fare con i bambini: “L’età giusta per cominciare è il prima possibile. I bambini sono delle spugne, apprendono in una maniera incredibile, con una velocità pazzesca.

E se noi gli diamo schifezze, i bambini le assorbono.” A quest’ultimo proposito, una parte dell’intervista è infine dedicata al miserevole stato dell’insegnamento del pentagramma in Italia, un paese che ha fatto la storia della musica, in cui le scuole non fanno niente per l’educazione musicale e dove gli stessi conservatori hanno iniziato solo in tempi recenti a selezionare più seriamente i propri docenti attraverso concorsi.

“Oggi c’è una fioritura di giovani talenti”, è la conclusione del maestro, “si hanno più giovani di prima che suonano bene, ma meno opportunità di lavoro.”

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