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13 gennaio 1960: muore Sibilla Aleramo

 

Scrittrice e poetessa, Sibilla Aleramo, pseudonimo di Marta Felicina Faccio detta "Rina", muore a Roma il 13 gennaio di 60 anni fa. Era nata ad Alessandria il 14 agosto del 1876, figlia di un professore di Scienze e di una donna che, alla fine di un lungo calvario, morì in manicomio nel 1917. Un'infanzia infelice, segnata dalla malattia della madre e un'adolescenza ancor più triste che, a soli 15 anni, la vide vittima di uno stupro. Una ferita che rimase aperta per sempre soprattutto perché le convenzioni del tempo le imposero di sposare il suo violentatore.

“Un fatto di cronaca mi indusse un giorno di scrivere un articoletto e a mandarlo a un giornale di Roma che lo pubblicò". Scrisse la Aleramo. "Era in quello scritto la parola femminismo, e quella parola, dal suono così aspro mi indicò un ideale nuovo, che io cominciavo ad amare come qualcosa migliore di me.”

A partire dal 1897 inizia a collaborare con vari giornali e riviste, dalla «Gazzetta letteraria» a «L'Indipendente», dalla rivista femminista «Vita moderna» al periodico di ispirazione socialista «Vita internazionale». Il suo impegno si rivolgeva soprattutto alle battaglie per l'emancipazione femminile. Al suo fianco Giorgina Craufurd Saffi  e il marito di lei, Aurelio Saffi. Un ideale perseguito non solo con la scrittura: era necessario lottare anche con iniziative concrete, azioni politiche che mirassero a sostenere  soprattutto il diritto di voto alle donne e la lotta alla prostituzione.

Trasferitasi nel 1899 a Milano le fu affidata la direzione del settimanale socialista «L'Italia femminile», fondato da Emilia Mariani, nel quale tenne in particolare una rubrica di discussione con le lettrici e ricercò la collaborazione di intellettuali progressisti tra cui Giovanni Cena, Paolo Mantegazza, Maria Montessori, Ada Negri, Matilde Serao.

Ma i difficili rapporti familiari la indussero ad abbandonare marito e figlio e a trasferirsi a Roma nel febbraio del 1902. Si legò sentimentalmente a Giovanni Cena, direttore della rivista «Nuova Antologia» alla quale collaborò. In quegli stessi anni iniziò a scrivere il suo primo romanzo, "Una donna".

Edito nel 1906 sotto lo speudonimo Sibilla Aleramo, è il racconto della sua vita, dall'infanzia fino alla decisione di lasciare il marito e soprattutto il figlio, riconoscendosi il diritto ad una vita libera e contro la costrizione e l'umiliazione imposta spesso alle donne. Il libro ottenne subito un grande successo e fu  tradotto in quasi tutti i paesi europei e negli Stati Uniti.

Come membro della sezione romana dell'Unione femminile nazionale, si impegnò per istituire scuole serali femminili  e scuole festive per contadini di entrambi i sessi e fece parte del del Comitato per l'istruzione delle popolazioni nel Mezzogiorno costituito dopo il terremoto del 1908. 

A partire dal 1910 inizia un periodo molto intenso per la Aleramo, segnato da viaggi e nuovi amori. Durante gli anni della Prima Guerra Mondiale conosce il suo grande amore, lo scrittore Dino Campana. Inizia una relazione passionale e burrascosa che si concluderà tragicamente un anno prima dell'internamento dell'autore dei "Canti orfici" nell'ospedale psichiatrico di Villa di Castelpulci, nei pressi di Scandicci. 

Nel 1919 la Aleramo pubblica "Il passaggio" e nel 1921 la sua prima raccolta di poesie, "Momenti". Nel 1920 scrive "Endimione", dedicato a D'Annunzio. L'opera, ispirata alla sua vicenda amorosa con il giovane atleta Tullio Bozza, riscosse successo nella rappresentazione parigina, ma non in quella torinese, dove al teatro Carignano venne fischiata.

Nel 1927 esce il romanzo epistolare "Amo dunque sono", raccolta di lettere, non spedite, a Giulio Parise. Prima di incontrare Parise, ebbe una breve ma intensa relazione con Julius Evola. Nel 1928, ridotta in povertà, tornerà a Roma. Del 1929 è la raccolta "Poesie". Un anno dopo pubblica un volume di prose, "Gioie d'occasione". Tra il 1932 e il 1938 esce il romanzo "Il frustino" e un'altra raccolta di poesie, "Sì alla terra" e la raccolta in prosa "Orsa minore". 

 Gli ultimi anni della sua vita sono documentati dall'epistolario pubblicato in "Lettere ad Elio" (il poeta Elio Fiore). Muore a Roma il 13 gennaio del 1960 dopo una lunga malattia.

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