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Biennale di Venezia 1964: la rivoluzione della Pop art

Peggy Guggenheim era sbarcata a Venezia e, chiacchieratissima, si era stabilita a vivere a palazzo Venier dei Leoni. Nonostante la buona società veneziana la osteggiasse per le sue stranezze e ampie vedute sessuali, Peggy ebbe il grande merito di esportare la pop art americana in Italia. L’evento che sugellò questo incontro fu la Biennale di Venezia del 1964. A Robert Rauschenberg andò il premio come miglior artista straniero e l’ago della bilancia della ricerca pittorica si spostò dall’Europa agli Stati Uniti, insieme all’attenzione di critica e mercato. Una mostra collaterale di artisti pop fu progettata e realizzata da Leo Castelli e Ileana Sonnabend, nell'ex consolato statunitense, a San Gregorio dimostrando che gli Stati uniti puntavano tutto sulla Pop art. Il Segretario generale Gian Alberto Dell'Acqua, dopo aver sottolineato nel catalogo che la partecipazione degli Stati Uniti alla Biennale aveva assunto quell'anno per la prima volta "carattere di piena ufficialità", giustificava la "mostra complementare… a causa del numero e del rilevante formato delle opere inviate da oltreoceano". Il premio assegnato a Rauschenberg sollevò inevitabili polemiche. La stampa europea si concentrò sulla presenza americana, alcune tele di Rauschenberg furono trasportate da San Gregorio al padiglione degli Stati Uniti per rimpolpare la presenza dell’artista premiato. Quella del 1964 si trasformò, così, nella Biennale della Pop art, spostando nell’ombra gli altri eventi e le numerose altre presenze italiane e internazionali.Insieme a Rauschenberg  c’erano Jasper Johns, Jim Dine e Claes Oldenburg. La rivoluzione della Pop art contagiò l’arte Italianaavviando il processo di sconfinamento dell`arte dal quadro all’ambiente. Performance e happening divennero strumenti di espressione artistica e influenzarono significativamente la ricerca artistica per tutti gli anni sessanta, settanta e ottanta. Nel ‘68 la generale ondata di contestazione investì anche Biennale: molti artisti, in segno di protesta, coprirono o girarono verso le pareti le loro tele. Si parlò di Biennale di ricerca, di Biennale aperta, di democratizzazione della cultura. Questo processo di cambiamento si tradusse anche, nel 1973, nel rinnovo dello statuto della Biennale.


Maurizio Calvesi e Renato Barilli storici e critici dell`arte commentano questa importante congiuntura storico artistica.

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