Seguici    
Accedi
 

FASCISMO: ECONOMIA E LAVORO

Servendosi di materiale d’archivio, l’unità ripercorre le tappe fondamentali della politica economica fascista a partire dalla seconda metà degli anni Venti. È in questi anni che Mussolini, dopo un esordio moderatamente liberista, modifica la sua linea programmatica di governo, annunciando che lo Stato si fa interprete degli interessi contrastanti dei singoli e dei gruppi per coordinarli ad un fine superiore. È la nascita del corporativismo. Alla proclamazione del sistema corporativo, avvenuta ufficialmente nel 1926, seguì, nel 1927, la pubblicazione della Carta del Lavoro. Secondo quest’ultima, l’iniziativa privata costituiva lo strumento più efficace e utile all’interesse della nazione.
Al centro della politica economica di Mussolini vi era l’intenzione di ruralizzare l’Italia. Molte furono le iniziative in campo agricolo, dalle bonifiche alla celebre “battaglia del grano”, che mirava a rendere il paese autosufficiente dal punto di vista della produzione agraria. Le immagini di repertorio mostrano il duce che, ripreso a lavorare insieme ai contadini, dà personalmente un esempio di sacrificio patriottico.
La propaganda di regime, in tal senso, fu serratissima. Essa vantava la ripresa dell`economia industriale; sosteneva che in sedici anni, dal 1922 al 1938, il reddito nazionale era aumentato del sedici per cento (a danno dei salari, diminuiti del diciannove per cento). Per Mussolini il corporativismo era il mezzo più idoneo a superare la tragica antitesi tra capitale e lavoro: padroni e lavoratori dovevano porsi sullo stesso piano, con uguali diritti e doveri. Il risultato si risolse di fatto nell’abbassamento dei salari e nella negazione di ogni libera espressione della classe operaia.

Tags

Condividi questo articolo

Inserisci il codice nel tuo articolo