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Gerardo Marotta: l’intellettuale e la cultura dell’Europa

Mercoledì 25 gennaio è scomparso a Napoli l’Avvocato Gerardo Marotta, uomo di cultura e filosofo, fondatore nel 1975 dell’Istituto Italiano di Studi Filosofici, istituzione famosa a livello internazionale che ha ospitato conferenze di personalità come Eugenio Garin, Luigi Firpo, Hans-Georg Gadamer e Karl Popper, e premi Nobel, da Rita Levi Montalcini a Carlo Rubbia, e con collaborazioni con Università e Centri di ricerca come il Warburg Institute di Londra, l’École Pratique des Études di Parigi, le università di Cambridge, Warwick, Rotterdam, Austin, Monaco, Francoforte, Amburgo, Tubinga, Erlangen. A lui e all’Istituto si devono la riedizione delle grandi opere di filosofi napoletani come Giordano Bruno e l’attenzione storico-culturale sul grande momento della rivoluzione partenopea del 1799 e i suoi protagonisti.

Per ricordarlo Rai Storia trasmette sabato 28 gennaio alle ore 19.40 l’intervista di Gerardo Marotta a Hans Georg Gadamer, filosofo tedesco, padre dell’ermeneutica . L’intervista è stata realizzata nel 2000, due anni prima la scomparsa del prof. Gadamer, e oggi rappresenta un attualissimo testamento spirituale dei due uomini di cultura. Al centro è il problema, caro a Marotta, della differenza tra l’“intellettuale di professione” e il “vero” uomo di cultura, cioè secondo l’accezione platonica, il filosofo: che ruolo, che missione deve avere quest’ultimo, che responsabilità? Dopo le grandi epoche delle rivoluzioni culturali che hanno influenzato la Storia, come la filosofia del 1500 (un nome tra tutti, Erasmo da Rotterdam)o l’Illuminismo (con Diderot, Montesquieu, Gaetano Filangieri), il ruolo del filosofo sembra essersi rimpicciolito, non ha più la capacità di intervenire, sembra non avere più la capacità di comprendere e interpretare il proprio tempo, di riuscire cioè ad assolvere quel compito di guida che Hegel aveva appunto assegnato ai filosofi.

“Dalla cultura dipendono le sorti dell’umanità,” – dice Marotta – “eppure gli uomini di cultura di oggi tendono a chiudersi nel loro particulare, nella loro accademia. La figura dell’intellettuale in Europa si è rimpicciolita rispetto agli aumentati bisogni del mondo, al bisogno di vera cultura che ha l’umanità per potersi salvare”.

Marotta e Gadamer concordano che va ristabilito questo ruolo, che la cultura debba imporsi sul predominio eccessivo della scienza e della tecnica che ha prodotto barbarie e guerre, il predominio di una piccola parte del mondo su altre e l’accaparramento delle risorse nelle mani di pochi, scienza e tecnica che hanno favorito lo spirito di rapina. L’intellettuale in Europa, erede della tradizione umanista, deve perciò far si che si trasformino le coscienze, che si esca dalla tradizione letteraria e libresca e si recuperi la dimensione del dialogo, dialogo inteso come nuova forma di consenso tra popoli e governanti, come nuovo accordo.

Solo così, e qui è il grande compito anche dei mezzi di comunicazione e diffusione, si può recuperare la tradizione culturale europea.

 

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