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Internazionalizzazione e tecnologie: strumenti per favorire le pari opportunità

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La parità è uno degli obiettivi che i paesi firmatari dell’Agenda per lo sviluppo sostenibile devono realizzare entro il 2030. Questo obiettivo si accompagna con quello della buona occupazione e della crescita economica, che deve essere duratura, inclusiva e sostenibile.
In questo contestolo  studio legale milanese di diritto del lavoro Lexellent, ha condotto nel 2017 un'indagine sulla discriminazione nel mercato del lavoro in 28 paesi del mondo (vedi pdf allegato) condotta attraverso un network internazionale di avvocati del lavoro, e presentato il 1 marzo nel corso di un convegno.

Per un’azienda che si apre all’internazionalizzazione e vuole avere una filiale in un altro Paese diventa di fondamentale importanza conoscere non solo la legislazione in ambito antidiscriminatorio, ma anche e soprattutto quali sono i comportamenti vietati perché considerati inaccettabili. 
Le radici culturali sono essenziali per determinare se un comportamento è considerato accettabile o non accettabile sul luogo di lavoro. Porre in essere comportamenti discriminatori per età, orientamento sessuale, genere, religione, origine etnica nei rapporti di lavoro rimane ancora un fattore culturale che cambia da Paese a Paese indipendentemente dalla legislazione.
Nel corso dell’indagine, rivolta ad avvocati, è stato chiesto, per esempio, se è accettabile nel loro paese richiedere un curriculum vitae con una foto del candidato; le risposte non sono state uniformi. Alcuni legali hanno risposto che nel loro Paese questa domanda viene considerata potenzialmente discriminatoria sulla base di canoni estetici e quindi non accettabile. Mentre altri hanno risposto che nel loro Stato, una richiesta di questo tipo è ritenuta più che lecita.
Non basta conoscere le leggi per far si che un’azienda che internazionalizza sia sicura di non incorrere in comportamenti discriminatori nei confronti dei lavoratori e delle lavoratrici del paese di destinazione sulla base del loro aspetto, del loro genere, della loro età o del loro orientamento sessuale. Serve infatti qualcosa di più che significa comprendere la cultura di quello Stato. 


Quanto al tema della digitalizzazione come rimedio alle discriminazioni sul lavoro, la tecnologia sta aprendo nuovi orizzonti nell’organizzazione del lavoro soprattutto permettendo forme flessibili impensabili fino a qualche anno fa e che hanno un impatto molto positivo sulla produttività. 
La tecnologia è uno strumento neutro, non è né discriminatoria né può risolvere da sola casi di discriminazione, dipende da come viene utilizzata e da quanto l’azienda sia capace di calare nel proprio contesto culturale le soluzioni che la tecnologia offre; la tecnologia, di per sé, può anche creare barriere fra le persone se non è stata programmata in un’ottica inclusiva e non discriminatoria.
In conclusione, il tema pari opportunità va affrontato in chiave etica ed economica, con la consapevolezza che lo sviluppo e la competitività delle imprese passano attraverso la formazione ed il ripensamento dell’organizzazione aziendale e dei processi. Le pari opportunità non sono un argomento a sé stante, avulso dal resto del contesto aziendale, e non sono un tema della funzione HR, ma di tutti i ruoli aziendali. La sfida per il futuro è quella di evitare il paradosso dell’esclusione; per troppo zelo di inclusione, non lasciamo nessuno indietro, neppure chi oggi appartiene alla cosiddetta cultura dominante.

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