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JERZY GROTOWSKI: IL TEATRO LABORATORIO

“Vi è qualcosa di incomparabilmente intimo e fruttuoso nel lavoro che svolgo con l’attore che mi è affidato. Egli deve essere attento, confidente e libero, poiché il nostro lavoro consiste nell’esplorazione delle sue possibilità estreme. La sua evoluzione è seguita con attenzione, stupore e desiderio di collaborazione: la mia evoluzione è proiettata in lui, o meglio, è scoperta in lui, e la nostra comune evoluzione diventa rivelazione [...]”, (Per un teatro povero, 1970).
Jerzy Grotowski (Rzeszov, Polonia 1933 – Pontedera, Italia 1999), drammaturgo e regista teatrale, è stato il propugnatore di un rinnovamento del teatro che, come già per Konstantin S. Stanislawskij, doveva partire dalla valorizzazione dell’attore, della sua sensibilità e umanità, e dall’esperienza della costruzione, in comune col regista e gli altri attori, dell’esperienza teatrale. In questo senso Grotowski formulò una vera e propria disciplina teatrale che trasferì negli anni Cinquanta, appena ventenne, nel suo “teatro laboratorio”, nella città polacca di Opole, con il quale ottenne riconoscimenti per la ricerca artistica, fino ad ottenere fama internazionale.
L’unità audiovisiva mostra un’intervista al regista e alcune sequenze di Akropolis (1962), di Stanislaw Wyspianski, esempio di reinterpretazione assoluta della messa in scena secondo le teorie di Grotowski, il quale nella sua regia e attraverso la sua scuola recitativa propone una chiave di lettura completamente nuova del linguaggio e del carattere stesso dell’opera.

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