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L` INDUSTRIA ITALIANA TRA LE DUE GUERRE

Le esigenze belliche maturate durante la prima guerra mondiale incrementarono le attività produttive dell’industria siderurgica e metalmeccanica, settori economici che non favorirono in realtà le classi operaie e contadine. Il sogno delle masse popolari rimaneva il passaggio da un’economia di guerra ad una di pace.
Il 1920 fu l’anno delle occupazioni delle fabbriche nel Nord e nel Sud del Paese: si calcolarono circa trecento stabilimenti occupati. Dopo poche settimane convulse tali movimenti si esaurirono; i lavoratori ottennero piccole concessioni, rapidamente vanificate nei mesi successivi.
Intanto l’ascesa al potere del Partito Nazionale Fascista (PNF) culminò con la Marcia su Roma (28 ottobre 1922), che portò a capo del governo Benito Mussolini. Dopo la speranza di una progressiva rivalutazione della lira, si giunse alla grande crisi del 1929 ed alla considerevole riduzione su scala mondiale della produzione, dei salari, dei redditi e dell’occupazione. Risultato della crisi fu l’affermazione dell’oligopolio, una forma di mercato favorevole ai pochi imprenditori (venditori), le cui decisioni influirono decisamente sulla concorrenza, e quindi sul tenore di vita generale.
Per far fronte al fallimento delle principali banche italiane il governo fascista creò nel 1933 l’IRI (Istituto per la Ricostruzione Industriale), il cui obiettivo era quello di far diventare lo Stato proprietario di oltre il 20% dell’intero capitale azionario nazionale e di fatto il maggiore imprenditore nazionale.
L’audiovisivo, attraverso l’opera di Ettore Conti (1871 – 1972), ingegnere civile e industriale elettrico che fondò la Società per Imprese Elettriche Conti & C., propone una ricostruzione e un’analisi della politica autarchica intrapresa dal fascismo, la cui finalità era la autosufficienza economica del Paese e la quasi totale assenza di relazioni commerciali con l’estero.

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