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Moni Ovadia: l`utopia come liberazione

Moni Ovadia attore, regista e musicista bulgaro, intervistato al Festival Materadio, la festa di Radio3 del 2016 “Utopie e Distopie", parla di utopia, che definisce come un luogo in cui non siamo ancora stati.

Per esempio l’emancipazione femminile era impensabile fino a non molti anni fa, mentre la pace  è un’utopia, perché non c’è mai stata. Oggi, come ha detto il Papa, noi siamo in guerra e le guerre, definite umanitarie, producono un aumento esponenziale della violenza terroristica.

Allora la pace è un’utopia nel senso del possibile ma bisogna che ce ne sia la volontà. Basterebbe per esempio iniziare a non vendere quelle armi che l’Occidente vende per esempio all’Arabia Saudita, e che in parte finiscono all’Isis.

Chi non vuole accreditare l’utopia preferisce l’asservimento allo status quo. Abbiamo avuto un’utopia straordinaria in Sudafrica con Nelson Mandela, che è riuscito a cambiare il suo paese senza un bagno di sangue. E Nelson Mandela ci ha lasciato un’eredità: la pace non è un sogno, ma per costruire la pace bisogna sapere sognare.

L’Utopia è stata inaugurata da Abramo, che rende l’uomo padrone della propria vita: il Dio di Abramo è la consapevolezza dell’uomo che si rivela, invitandoci ad abbandonare le strutture del potere per andare verso la socialità e poi il Cristianesimo è stato rivoluzionario. Gesù dice: “Ciò che fai allo straniero lo fai a me”, per cui se non accogliamo lo straniero, conclude Moni Ovadia, non possiamo definirci cristiani.

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