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Simone Somekh, Grandangolo

Tra i temi centrali del precoce esordio narrativo di Simone Somekh, Grandangolo, pubblicato da Giuntina, c'è il desiderio di venire accettati, di riconoscersi in una comunità e quello che viene sacrificato per raggiungere questo obiettivo. I genitori del giovane protagonista, Ezra, si sono avvicinati all’ebraismo ai tempi del college e hanno scelto di uniformare il loro comportamento alle severe regole dell’ortodossia. Vivono a Brighton, vicino Boston, e si sentono sempre sotto esame da parte di amici e vicini. Già dispiaciuti di aver avuto un solo figlio, entrano in crisi quando questo comincia a manifestare segni di ribellione. Ezra ha un quoziente intellettivo superiore alla media, adora la fotografia e non si uniforma alle regole: li fa disperare e man mano che cresce si allontana da loro, finendo per troncare i rapporti. Anni dopo, rincontrando la madre al funerale della zia, l’unica a schierarsi sempre dalla sua parte, Ezra le rinfaccia di non aver difeso Carmi, il quattordicenne gay preso in affido: “volevate una comunità e vi siete lasciati scappare la famiglia. Volevate Dio e vi siete dimenticati degli uomini. A volte penso che abbiate guardato alla realtà attraverso un grandangolo: pur di allargare gli orizzonti, avete permesso che la vista degli oggetti in primo piano venisse deformata”. Come Ezra, Simone Somekh (che è nato a Torino nel 1994) è un ragazzo prodigio e le sue doti di narratore sono davvero notevoli.

Abbiamo incontrato Simone Somekh, che ora vive a New York e fa il giornalista, in occasione del suo tour in Italia. Con lui abbiamo parlato del protagonista di Grandangolo, di omofobia, di fotogragia, dei mondi rappresentati nel romanzo e delle letture che l'hanno ispirato.

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