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Speciale legalità: parla Pietro Grasso

“Bisogna fare comprendere alle nuove generazione che non ci può essere un’etica mafiosa”

SPECIALE LEGALITA’: PARLA PIETRO GRASSO

Intervista a Pietro Grasso, procuratore nazionale antimafia.

“Io quando incontro i giovani mi sforzo sempre di metterli sull’avviso che la vita va affrontata con sacrificio, con senso del dovere. [...] Quelli più intelligenti mi chiedono quali modelli ho io nella società, a quali esempi si devono ispirare, quali sono i punti di riferimento? E io ho difficoltà a indicarne. Non posso che indicare di volta in volta quelli che ho io,che sono i miei colleghi, amici, che sono stati uccisi barbaramente dalla mafia, Falcone e Borsellino. A Buscetta, che preconizzava che sarebbero stati uccisi o delegittimati, Falcone tranquillamente e serenamente rispondeva: ‘Non importa, lei per ora parli, dichiari quello che sa. Ci saranno poi altri magistrati dopo di me che continueranno’. Oppure Borsellino, che è andato consapevolmente incontro alla morte. Quando già si pensava che l’esplosivo fosse arrivato, incontrandomi qui a Roma mi disse: ‘Ma che te ne pare, che ci sono colleghi che quasi mi invitano a lasciare tutto, a mollare… ma come possono essere amici quelli che mi consigliano questo? Come potrei deludere tanti cittadini onesti che credono in noi?’ Beh questi sono i miei modelli, i miei punti di riferimento, e non possiamo che continuare nella nostra azione.”

“Non c’è dubbio che il luogo dove nasci influenza la tua vita, purtroppo. E questo l’ho potuto constatare de visu quando ho interrogato collaboratori di giustizia che hanno confessato le cose più atroci, più terribili. E però, raccontando la loro vita, mi hanno fatto capire come era quasi una scelta obbligata vivendo in un certo ambiente, come poteva essere Scampia, come poteva essere lo Zen a Palermo, altri quartieri malfamati. Non c’era alternativa.”

“Io penso che la Chiesa può, nell’ambito della nostra società, avere un ruolo importante, anche in questa lotta anti mafia, che è una lotta per la democrazia, per la libertà, per la giustizia. Il mio ricordo va a Don Puglisi, chiaramente, e all’azione pastorale di Don Puglisi, che riteneva appunto il mafioso al di fuori del contesto sociale, proprio perché andava contro quei principi di uguaglianza che Cristo, la stessa Chiesa, ha sempre difeso e portato avanti... Allora la Chiesa dovrebbe pretendere che il perdono, il pentimento, si realizzasse nella terra, con azioni concrete, come quelle di riparare al male fatto, di risarcire i danni e di collaborare con la giustizia e con lo Stato.”

“Bisogna spezzare questi anelli, fare comprendere soprattutto alle nuove generazioni che non ci può essere un’etica diversa da quella riconosciuta socialmente; non ci può essere un’etica mafiosa, ‘ndranghetista che ti da’ i valori di quella organizzazione criminale. Anzi bisogna abiurare a quei metodi, a quei sistemi. Io ricordo sempre un collaboratore di giustizia che mi aveva confessato centinaia di omicidi, e poi sosteneva di essere religioso, di essere cattolico praticante. Io gli ho detto: ‘Scusi, ma come concilia questa sua collocazione religiosa con quello che ha fatto?’ ‘Dottore, le giuro!, non ho mai ucciso nessuno per un mio motivo personale’.”

“Io ho avuto una percezione della mafia fatta di lutti, di vedove che piangevano sui cadaveri dei loro cari, di sangue… E quindi volevo cercare di intervenire in tutto questo. Ne ebbi l’occasione quando un presidente del tribunale di Palermo mi chiamò per affidarmi quella che io considero la missione della mia vita, l’inizio della missione della mia vita: mi chiamò a fare il giudice a latere del maxi processo di Palermo. Ricordo ancora il momento in cui fui nominato giudice a latere del maxi processo. Mi recai da Falcone nel suo ufficio, blindato, e lui mi disse: ‘Vieni con me, ti presento il maxi processo’. Aprì una porta e vidi una stanza con gli scaffali fino al tetto: quattro pareti piene di scaffali e di carte processuali, erano circa 400 mila atti da studiare... E Falcone ho visto che mi osservava. Allora io, capendo qual era il momento, che mi studiava, dissi: ‘Dove si trova il primo volume?’. Allora lui si distese in un sorriso, aveva capito che mi sarei impegnato, perché quella era la sua creatura, quello che per tanti anni aveva istruito con indagini e riscontri, e tanto altro.”

“Il problema del pericolo, e dell’essere una sorta di pericolo vivente, vagante, lo percepivamo anche sulla nostra pelle. Ricordo che una volta, proprio agli inizi, mi recai con mia moglie presso un locale per vedere un film. E mentre entravamo attorniati naturalmente già dalla scorta, ben visibile, vidi una vecchietta che dava una gomitata al marito e diceva:’ Guarda chi c’è… c’è il giudice Grasso! Senti, per sì e per no, sediamoci lontano’. E allora ebbi l’impressione di essere una sorta di mina vagante, un pericolo, che venivo visto come un pericolo per la società.”

“Quando io ero un giovane sostituto procuratore della repubblica a Palermo, e ci sono stato 12 anni, [...] non si aveva ancora la cognizione di certe criminalità come la mafia, non si sapeva ancora bene cosa fosse. Abbiamo dovuto aspettare Buscetta, prima, e poi tutti i collaboratori di giustizia, le indagini, Falcone, i riscontri, il maxiprocesso, tutto quanto, per incominciare a capire di che cosa stavamo parlando, cioè di un fenomeno che non è solo criminale , ma di un fenomeno che è anche finanziario, economico, sociale, che ha tutte le relazioni esterne, che gli danno poi la forza.”

“Il mondo del lavoro è un mondo in cui le organizzazioni mafiose, e non solo, entrano a piedi uniti calpestando i diritti dei lavoratori. Io penso che oggi la lotta alla mafia deve essere anche la lotta per i diritti.”
 

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