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Dittatura e Arte

Dai ritratti di Hitler, Stalin e Mussolini, mostrati all’inizio dell’unità audiovisiva, è possibile evincere immediatamente alcune delle differenze che, nel medesimo periodo, connotarono, in Germania, Unione Sovietica e Italia, l’arte e il suo rapporto con i regimi dittatoriali: mentre i primi due dipinti hanno uno stile oleografico e realista, quello di Mussolini, eseguito nel 1933 da Gerardo Dottori, è apertamente futurista.
Il fascismo nasce infatti modernista. In Italia il razionalismo, espulso dalla Germania, che predilige modelli vagamente neoclassici, trova interpreti del calibro di Giuseppe Terragni. Di ispirazione schiettamente modernista anche le città, come Sabaudia, sorte nel bonificato Agro Pontino.
L’Unione Sovietica, una volta estintasi la breve stagione in cui i fermenti rivoluzionari aprono ai diversi linguaggi delle avanguardie, vede l’arte piegarsi all’ideologia: il realismo socialista, teorizzato nel 1934, diventerà, nel secondo dopoguerra, l’arte ufficiale di tutta l’Europa dell’Est.
Il rapporto tra arte e potere non è molto diverso in Germania, dove è riconoscibile una vera e propria estetica di stato, sia in pittura che in architettura; un’estetica dettata dalla contrapposizione nazista all’arte della repubblica di Weimar, considerata arte bolscevica e quindi degenerata.
In Italia la situazione appare più articolata, tanto che sarebbe più appropriato parlare di arte durante il periodo fascista piuttosto che di arte fascista. Le figure dense di Sironi, le suggestioni metafisiche di De Chirico, la vena fantastica di Savinio, le nature morte di Morandi, le esperienze non figurative di Fontana sono esempi di come l’arte del periodo sappia accogliere, portandoli a compimento, tutti i molteplici temi del Novecento italiano.
Anche nel caso dell’opera più rappresentativa del fascismo, il progetto dell’E42 di Marcello Piacentini, si può affermare che si tratta dello sviluppo di istanze che precedono e vanno al di là del fascismo. Al Premio Bergamo, istituito nel 1934 dall’allora ministro della cultura Bottai, parteciparono artisti, come Guttuso, estranei all’ideologia di regime.

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