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L'eredità di Monet nell'arte del Novecento

Impressione, luce e colore

La serie delle Ninfee di Monet e l’influenza della sua opera sulla pittura del Novecento

Materia: Storia dell'arte
Destinatari: studenti del V anno della scuola supeiore di secondo grado
Professoressa: Simona Finardi

APPROFONDIMENTO
Claude Monet (1840-1926) si stabilì a Giverny in un’ampia e ordinaria tenuta di campagna nel 1883. Dopo l’acquisto della casa nel 1890, con instancabile dedizione l’artista trasformò il possedimento in uno splendido giardino floreale, fonte d'ispirazione per i suoi più grandi capolavori della maturità.
Fino ai primi anni del Novecento, Monet viaggiò spesso impegnato in lunghe spedizioni pittoriche, ma senza mai allontanarsi veramente da casa. 

Dalle sue lettere si evince come il pittore avesse molto a cuore la grande famiglia e i suoi fiori

Da sempre affascinato dal gioco di luci e riflessi del cielo sull'acqua, come già evidente nelle numerose tele giovanili dipinte nel suo studio galleggiante ad Argenteuil e sui canali olandesi, dieci anni dopo l’arrivo a Giverny, Monet acquista un appezzamento di terreno all'estremità della sua tenuta per far deviare un piccolo ramo del fiume Epte, il Ru e creare così lo stagno. 
Nel 1897, iniziò a dipingere la serie delle “Ninfee”. Nasceva così il suo "giardino acquatico" di cui era molto orgoglioso e per il quale assunse anche un giardiniere a tempo pieno per mantenere pulito lo specchio d’acqua. 

Monet amava trascorre ore a contemplare il suo stagno di Ninfee e qui, intratteneva anche i frequenti ospiti 

Lungo il percorso centrale dello stagno fece costruire un ponte giapponese, ispirato a un’incisione della sua ampia collezione di stampe xilografiche “Ukiyo-e” e lo dipinse di verde per distinguerlo dal rosso tradizionale usato in Giappone. 
Anche la scelta di piante evoca l'atmosfera orientale: bambù, ginkgo biloba, aceri, peonie arboree giapponesi, ninfee e salici piangenti, incorniciano lo stagno.

Fin da giovane, Monet partecipava all'ondata di entusiasmo per l'arte giapponese, fenomeno noto come “Japonisme”, che travolse l'Europa tra gli anni Cinquanta e Settanta dell'Ottocento, a seguito dell'apertura al commercio dei porti nipponici nel 1854

Le “Ukiyo-e”, dedicate alla vita quotidiana in Giappone, iniziarono ad arrivare in enormi quantità: dapprima utilizzate dai commercianti semplicemente come carta da imballaggio per proteggere merci preziose, quali porcellane e tè, successivamente, commercializzate grazie alle grandi Esposizioni Universali di Londra (1862) e Parigi (1867).

Le stampe giapponesi influenzarono moltissimo la nascita delle avanguardie europee del Novecento

Monet fu uno dei primi e più prolifici collezionisti, ma prima di lui, l’amico Édouard Manet (1832-1883) ne era stato attratto per la mancanza di regole prospettiche, di chiaroscuro e realismo anatomico, a favore di linee e composizioni semplici e asimmetriche, nonché di colori nuovi e vivaci (Claude Monet). 
“Madame Monet in costume giapponese”, ritratto della giovane moglie Camille, è un esplicito omaggio che Monet fa al giapponismo, con una figura centrale che si contorce in modo civettuolo evocando le pose di cortigiane e attrici di teatro. 


Claude Monet, Madame Monet in costume giapponese, 1876, olio su tela, 231,8x142,3 cm., Museum of Fine Arts, Boston

Esposto per la prima volta alla Seconda mostra degli impressionisti nel 1876, il dipinto suscitò elogi e derisione in egual misura; all'epoca profondamente indebitato, è probabile che l’artista abbia scelto il soggetto un po’ didascalico nella speranza di attirare un acquirente facoltoso, sedotto dall’esemplare abito di Camille. 
Negli anni Ottanta, Monet matura il concetto di serialità proprio dalle stampe giapponesi, in particolare, dalle “Trentasei vedute del monte Fuji” (1826-1833) di Katsushika Hokusai (1760-1849), dalle quali l’artista francese elabora le sue serie a partire dai “Covoni”, ai “Pioppi”, fino alla “Cattedrale di Rouen” e alle “Ninfee” (Monet: effetto luce in serie). 
Di dipinto in dipinto, l’artista sperimenta inquadrature e tagli compositivi insoliti elaborati dalle “Ukiyo-e”: applica l’idea di asimmetria e dei margini del soggetto "tagliato" che esce bruscamente dal bordo della tela, come nella serie delle “Cattedrali”, dove il punto di vista rialzato e via via ravvicinato annulla la classica prospettiva rinascimentale a favore di uno spazio appiattito e bidimensionale, quasi privo di orizzonte.

Nelle “Ninfee”, i confini tra forma e colore iniziano a farsi sempre più sfumati, la superficie pittorica diventa puro cromatismo astratto di pennellate dense e corpose

Monet era conscio di aver spinto la pittura ai limiti dell'arte astratta, dove la sola vibrazione del colore era sufficiente a evocare un mondo di sensazioni ed emozioni.
E mentre il settantenne Monet approda ad una ricerca puramente emozionale e cromatica, il russo Vasilij Kandinskij (1866-1944), nel 1910, realizza il primo acquerello astratto (Senza titolo, 1910, Centre George Pompidou). Lo stesso padre dell’astrattismo, tre anni dopo, nell’autobiografia e memoriale di formazione artistica, “Sguardi sul passato” (1913), ricordava la folgorazione di fronte ai “Covoni” dell’ormai mitico artista francese: 
“Il catalogo mi diceva che si trattava di un pagliaio, ma io non riuscivo a riconoscerlo. Questo non riconoscerlo mi fu penoso, e pensai che l'artista non avesse il diritto di dipingere in modo così confuso. Avevo la sorda sensazione che l'oggetto mancasse nel quadro. E notavo con stupore e sgomento che il quadro non solo mi prendeva, ma si imprimeva indelebilmente nella mia memoria” (Vasilij Kandinskij, 1913). E ancora:

La pittura mi apparve come dotata di una potenza favolosa, ma inconsciamente l'“oggetto” trattato nell'opera perdette per me parte della sua importanza, come elemento indispensabile"
Vasilij Kandinskij, 1913 

Negli anni Quaranta del Novecento, la pittura di Monet ha influenzato profondamente anche la Scuola di New York e gli artisti dell'Espressionismo Astratto americano.
In particolare, i grandi pannelli delle “Ninfee” dipinti a Giverny e oggi confluiti al “Musée de l'Orangerie” di Parigi, ispirarono il modello "a tutto campo" (All-Over) di Jackson Pollock (1912-1956), padre dell'“action painting” con Franz Kline, Robert Motherwell e Sam Francis; nelle loro opere la superfice pittorica scaturisce da  emozioni tradotte in “azione”.  
Nel 1955, il “Museum of Modern Art” (MoMA) di New York acquistò uno dei grandi pannelli delle “Ninfee”; nello stesso anno, il critico Clement Greenberg pubblicò un saggio importante in cui accostava l'ultimo Monet ai lavori di Barnett Newman e Mark Rothko, artisti che avevano liberato il colore dalla realtà trasformandolo in un elemento emotivo. Questa transizione verso l'astrazione pura, definita “Pittura a campi di colore” (Color Field), induce lo spettatore ad un’esperienza immersiva nello spazio visivo monumentale senza confini. 

Per Monet, luce e atmosfera non sono più riflesso di oggetti esterni, ma vibrazioni interne del colore stesso

E mentre in Monet la luce dissolve la forma nella natura, in Rothko i bordi sfumati dei rettangoli cromatici dilatano lo spazio e inducono alla meditazione.
L’excursus sull’influenza di Monet nell’arte del Novecento si chiude con la serie delle “Cattedrali di Rouen” realizzata dal Pop artista americano Roy Lichtenstein (1923-1997), tra il 1968 e il 1969, in omaggio al grande artista francese.

FOTO DI COPERTINA
Claude Monet, Il ponte giapponese, olio su tela