Leonardo da Vinci: le opere

Il genio del Rinascimento

Il Battesimo di Cristo - Leonardo da Vinci, Andrea del Verrocchio (1472–1475)

Lo storiografo Giorgio Vasari, alla metà del XVI secolo, racconta che per l’esecuzione del dipinto Andrea del Verrocchio si avvalse della collaborazione del suo giovane allievo Leonardo. Leonardo dipinse l’angelo a sinistra, in una posizione dinamica, ruotata di tre quarti, e buona parte del panorama sullo sfondo e del corpo di Gesù. Sembra che fu sua l’idea di eliminare una parte della tavola sul margine sinistro: questa modifica permise alla composizione di risultare meno rigida. Infatti la figura di Cristo non è geometricamente al centro. Nel dipinto sono presenti alcune simbologie iconografiche. I due uccelli uno bianco, l’altro nero, rappresentano gli opposti bene e male. Sono le prime avvisaglie dell’arte di Leonardo nella pittura, che di lì a breve supererà il maestro. Vasari riporta anche l'aneddoto secondo cui Verrocchio non avrebbe più toccato il pennello dopo aver visto l'allievo superarlo; in realtà non pare essere vero, ma dimostra il precoce talento e la fama di Leonardo. Con il Battesimo di Cristo il Verrocchio, da insegnante di Leonardo, diventa collaboratore.

Il Ritratto di Ginevra de' Benci - Leonardo da Vinci (1474 –1478)

Ritrasse la Ginevra d'Amerigo Benci cosa bellissima. La dipinse con una tale perfezione che sembrava non essere un ritratto ma Ginevra stessa
Giorgio Vasari

Questo è il primo soggetto non religioso di Leonardo e rappresenta Ginevra de’ Benci, la figlia di un facoltoso banchiere fiorentino. Probabilmente il padre Piero lo aveva aiutato a trovare la commissione – i Benci erano clienti di Ser Piero. Leonardo ci pone dinnanzi a un ritratto doppio, nel senso che la sua opera funge anche da ritratto interiore della protagonista. Ginevra era nota per aver avuto diversi ammiratori. Tra questi Bernardo Bembo, l'ambasciatore della Serenissima a Firenze. Potrebbe essere stato lui a commissionare il ritratto della donna, forse per celebrare l'oggetto della sua stima. Osservando il retro del quadro, notiamo un ramoscello di ginepro posto al centro di una corona formata da un ramo di alloro e da uno di palma, quasi a suggerire l’idea della bellezza, delle virtù morali, ma anche delle inclinazioni artistiche e letterarie della ragazza. Un cartiglio con sopra l’iscrizione "virtutem forma decorat" lega i tre rami tra loro. Esami ai raggi infrarossi condotti dalla National Gallery di Washington hanno poi scoperto un’altra frase: “virtus et honor”, il motto di Bembo, che aveva nello stemma nobiliare proprio la ghirlanda. Anagrammando il motto "virtutem forma decorat", come in una “macchina alfabetica”, la ricercatrice Carla Glori ha scoperto 50 frasi in latino a firma del genio di Vinci, che, tutte insieme, raccontano la storia di Ginevra. Una ragazza virtuosa, casta e oppressa, innamorata dell’ambasciatore veneziano Bernardo Bembo, ma costretta al matrimonio con un uomo odiato, più grande di lei di 15 anni. Le notizie biografiche pertanto alimentano il dubbio che il pallido volto di Ginevra riveli una malattia d’amore. Il pallore sarebbe stato una caratteristica della Ginevra storica, delle cui non buone condizioni di salute si lamentava il Nicolini, suo marito, per giustificare presso l’ufficio delle tasse la propria situazione finanziaria rovinata da costose e prolungate spese mediche. Alla luce di quanto detto è probabile che il ritratto sia stato commissionato da Bernardo Bembo. Ma a richiederlo a Leonardo, in occasione delle nozze della giovane, potrebbe essere stato anche il padre della sposa. Comunque sia, quello che è certo è che l’opera fu eseguita anche in virtù del rapporto di amicizia che legava Leonardo alla famiglia Benci, come dimostra che proprio a casa Benci fu conservata l'Adorazione dei Magi, lasciata incompiuta, dopo la partenza del pittore per Milano. È risaputo che il dipinto venne decurtato, in epoca imprecisata, di almeno un terzo nella parte inferiore, tagliando via le mani che probabilmente erano danneggiate. Nella serie abbiamo usato questo spunto del dipinto tagliato per drammatizzare la storia dietro il ritratto di Ginevra Benci e il suo rapporto di stima con Bernardo Bembo, sfruttando così un avvenimento reale (la perdita di un terzo del dipinto) a fini narrativi. Per quell’impercettibile accenno di sorriso di Ginevra e quell’acqua che scorre sul paesaggio lontano viene considerato il presagio della Gioconda.

Adorazione dei Magi - Leonardo da Vinci (1481)

L’Adorazione dei Magi, venne commissionata a Leonardo nel 1481 dal monastero di San Donato in Scopeto, commissione ottenuta grazie a Piero, che era il notaio dei monaci. L’opera ebbe una gestazione lunga: prima con un disegno preparatorio che poi non venne utilizzato, e poi con degli schizzi fatti direttamente sulla tela come esperimento, creando una sorta di sotto-disegno. L’ambizione di Leonardo era quella di rappresentare i personaggi in una sorta di “vortice” narrativo, che raccontasse una storia, con l’obiettivo di creare un “turbine di dramma ed emozioni”. Leonardo riuscì a rivoluzionare il tema tradizionale sia nell'iconografia che nell'impostazione compositiva. Secondo alcuni esperti inoltre, il fanciullo all'estrema destra del quadro, che guarda verso l'esterno, potrebbe essere un autoritratto giovanile di Leonardo. Un recente restauro ha inoltre rintracciato nella tavola elementi che appariranno nelle opere successive di Leonardo: la zuffa dei cavalieri ricorda la Battaglia d’Anghiari, la testa di un vecchio fa pensare al San Girolamo, mentre i riflessi d’acqua ai piedi di Maria evocano l’effetto che comparirà con più forza nella Vergine delle Rocce. Secondo il contratto avrebbe dovuto essere completata in 30 mesi, invece fu interrotta dalla partenza del maestro per Milano, dove nuove sfide artistiche e scientifiche lo attendevano alla corte di Ludovico il Moro. Ma perchè Leonardo non completò mai il dipinto. Innanzitutto, pare che gli interessasse più l’ideazione che la realizzazione dei suoi progetti, quindi, come accadde per altre opere che lasciò incompiute, perse ben presto interesse. Inoltre, era un perfezionista e non sopportava l’idea che nella tela ci fosse qualcosa di imperfetto, cosa inevitabile in un dipinto di tali dimensioni e di così difficile realizzazione. Eppure, malgrado il suo stato d’incompiutezza, questo quadro lo si può annoverare tra le opere fondamentali del Rinascimento.

Progetti dell’Orfeo di Poliziano (contenuti nel Codice Arundel) 

Leonardo da Vinci Leonardo entrò alla corte di Ludovico Sforza non come artista o ingegnere, ma come inviato musicale e organizzatore di rappresentazioni teatrali, di cui era sempre stato un grande appassionato fin da quando frequentava la bottega del Verrocchio, perché gli permetteva di stimolare la sua immaginazione artistica e ingegneristica. Si occupava di scenografie, costumi, sfondi, musiche, macchine, oltre a studiare nuovi strumenti musicali di cui rimane una bozza nei suoi taccuini. Un testo del Codice Arundel si riferisce alle dramatis personae di una rappresentazione teatrale che ha per scena il “Paradiso di Plutone”, cioè gli inferi. Leonardo schizza la scena di una montagna apribile e lo schema di un meccanismo a saliscendi che consente al dio degli inferi di emergere dal sottopalco mentre la montagna si apre. L’identificazione conferma che si tratta di una messa in scena per l’Orfeo del Poliziano. Sulla base delle poche e frammentarie indicazioni si può concludere che Leonardo intendesse avvalersi di una scena unica che poteva cambiare all’improvviso con appropriati effetti di luce e con accorgimenti coreografici di suoni, canti e danze, così come mostriamo nella nostra serie, dove abbiamo cercato di ricreare gli “effetti speciali” dell’epoca.

Il Cavallo di Leonardo – Leonardo da Vinci (1482 – 1493)

Nel 1482 Ludovico il Moro Duca di Milano, propose a Leonardo di costruire la più grande statua equestre del mondo: un monumento a suo padre Francesco, che era anche il fondatore della casata Sforza. Leonardo immagina una gigantesca statua alta sette metri: l'impresa era colossale, non solo per le dimensioni previste della statua (avrebbe richiesto ben 100 tonnellate di bronzo per la sua fusione), ma anche per l'intento di scolpire un cavallo nell'atto di impennarsi ed abbattersi sul nemico. Leonardo sapeva perfettamente che la qualità del cavallo era molto importante per sottolineare l'importanza del personaggio e quindi studiò a fondo, nelle scuderie ducali, tutti i dettagli anatomici dell'animale. I disegni ritraevano proprio le parti anatomiche più belle di ciascun cavallo, con l'intenzione di farne una specie di "montaggio" per ottenere il cavallo ideale. La lentezza con cui procedevano i lavori fecero innervosire i mecenati, ma Leonardo riuscì comunque a mantenere la commissione. Infatti il Moro, già nel 1489 fece pervenire una lettera a Lorenzo il Magnifico per chiedere la collaborazione di fonditori in bronzo fiorentini. Nessuno si presentò: erano infatti gli anni in cui il Magnifico lamentava la mancanza di validi scultori sulla scena, decidendo di aprire la famosa scuola del giardino di San Marco. Nel 1493, in occasione delle nozze di Bianca Sforza, nipote di Ludovico, Leonardo riuscì a realizzare un modello in creta di dimensioni reali, che venne molto apprezzato dai contemporanei. Leonardo, con questo monumento, voleva realizzare un'opera che oscurasse tutte le precedenti statue equestri, in particolare quelle del suo maestro Verrocchio e di Donatello. Nel 1494 le truppe di Carlo VIII, re di Francia, invasero l’Italia: le spese per la difesa erano più importanti di quelle per l’arte e il bronzo destinato alla statua venne inviato a Ferrara, a Ercole d’Este, per la costruzione di cannoni – che in ogni caso servirono a ben poco, dal momento che nel 1499 i francesi conquistarono Milano. Leonardo abbandonò il progetto e partì da Milano. Il modello lasciato a se stesso nel Castello Sforzesco venne preso di mira dalla soldataglia, che lo usò come un tiro a segno per esercitare le balestre, frantumandolo e distruggendolo completamente. 

L’Ultima Cena - Leonardo da Vinci (1495 - 1498)

L’Ultima Cena fu commissionata a Leonardo da Vinci da Ludovico il Moro: il duca di Milano intendeva abbellire la chiesa di Santa Maria delle Grazie per celebrare la casata degli Sforza. Leonardo iniziò a lavorare alla decorazione del refettorio e si stabilì nella Casa degli Atellani durante tutto il periodo in cui lavorò all’Ultima Cena. Come tutti i grandi dipinti di Leonardo, anche in questo caso la rappresentazione ci racconta qualcosa: è il momento immediatamente successivo a quando Gesù disse “uno di voi mi tradirà”. E immortala le reazioni di ognuno dei presenti, rendendo i loro corpi vitali e plastici. All’altezza della testa di Cristo è stato ritrovato, durante l’ultimo restauro, le tracce di un buco che sarebbe servito a Leonardo da Vinci come “punto di fuga” per tutto il disegno prospettico dell’opera. Leonardo scelse di ambientare la cena più famosa del mondo a Milano nel XV secolo. La tavola a cui siedono Gesù e gli apostoli, così come gli utensili e le tovaglie, sono stati dipinti prendendo come modello proprio quelli del refettorio di Santa Maria delle Grazie. In questo modo la tavola del Cenacolo diventava a tutti gli effetti una delle tavole della mensa e Cristo e gli apostoli cenavano insieme ai monaci domenicani di Santa Maria delle Grazie. “L’Ultima Cena” non è un affresco. È un’opera disegnata con una tecnica singolare, un dipinto parietale a tempera grassa su intonaco. Leonardo, per il dipinto, usò tempera e colori a olio mescolati e stesi insieme e, tra l’una e l’altra pennellata, potevano passare anche ore o giorni. Ma questa tecnica, col passare del tempo, risultò fallimentare perché il dipinto cominciò a deteriorarsi già una volta finita e, nel corso dei secoli, ebbe bisogno di sei grandi restauri. Terminò il dipinto nel 1498 e il duca lo ricompensò donandogli una vigna che Leonardo mantenne per il resto della vita. Johann Wolfgang von Goethe visitò il refettorio di Santa Maria delle Grazie nel 1788. Goethe non apprezzò il capoluogo lombardo, ma rimase letteralmente in estasi di fronte all’Ultima Cena di Leonardo: intraprese studi approfonditi a riguardo ed elaborò l’idea di scrivere un’opera per celebrare Leonardo e il suo capolavoro. Il saggio che ne seguì venne pubblicato nel febbraio del 1817 con lo scopo di rendere accessibile l’opera di Leonardo a un pubblico più vasto possibile. 

La Mappa di Imola 

Leonardo da Vinci Leonardo e Borgia si erano conosciuti nel 1499, quando i francesi avevano conquistato Milano (Borgia aveva stretto un’alleanza coi francesi ed era al loro fianco): si conobbero davanti al Cenacolo e poi, probabilmente, Leonardo gli mostrò, nelle settimane successive, i suoi progetti di ingegneria militare. Chiamato da Cesare Borgia nel 1502, Leonardo collaborò con lui e le sue mansioni erano legate alle varie campagne militari che Borgia aveva intenzione di compiere: studiò macchine e strumenti di guerra e disegnò mappe dettagliate per facilitare le mosse militari dell’esercito. Assunto come ingegnere militare ad ispezionare le difese della Rocca Sforzesca, Leonardo elaborò la famosa planimetria urbana con intuizioni tecniche moderne e gusto pittorico, e tracciò anche alcuni schizzi degli antichi quartieri della città.

La Gioconda – Leonardo da Vinci (1503)

La Gioconda (o Monna Lisa) è un’opera che Leonardo cominciò a dipingere già dal 1503, quando tornò a Firenze dopo aver prestato servizio presso Cesare Borgia. La portò con sé nel corso degli anni, continuando a lavorarci, ultimandola nel 1517 con le ultime pennellate di colore. L’ipotesi più accreditata è che il dipinto ritragga Lisa Gherardini detta del Giocondo, moglie di Francesco del Giocondo, un mercante di tessuti fiorentino. Con molta probabilità fu proprio il marito a commissionare il dipinto a Leonardo, che accetto. Perché accettò? Una delle ragioni è da ritrovare nella lunga amicizia tra la famiglia di Francesco e quella di Leonardo – ser Piero era stato a lungo il loro notaio. Ma la ragione principale fu probabilmente che Leonardo aveva il desiderio di farlo: Lisa era abbastanza sconosciuta e non era una nobildonna, quindi avrebbe potuto ritrarla come voleva. Inoltre, era bella, seducente e dal sorriso magnetico. Sono presenti anche altre ipotesi, secondo cui la donna ritratta potrebbe essere l'ideale madre del pittore o il pittore stesso. Il sorriso, lo stesso che aleggia anche sulle labbra della Dama con l’ermellino, di sant’Anna, del Battista, è il vero protagonista del dipinto. Grazie a questo sorriso ineffabile, l’umore di Monna Lisa sembra mutare continuamente: una volta appare beffarda, un’altra malinconica, un’altra ancora chiusa nel suo mistero. Leonardo riuscì a ottenere questo effetto inventando la tecnica dello sfumato, che gli permetteva di lasciare alcune parti indefinite. Qui ha lasciato evanescenti gli angoli della bocca e gli angoli degli occhi, i punti dove si cela l’espressione di un volto. Un allievo di Leonardo (forse il Salaì o Francesco Melzi) ha realizzato una copia della Gioconda, ora conservata al Museo del Prado di Madrid.

Non è stata portata via dall'Italia da Napoleone, bensì è sempre stata in Francia per volere di Leonardo che la vendette a Francesco I. Al contrario del Cenacolo, che cominciò ad essere riprodotto dal momento in cui fu completato, la Gioconda diventò un mito soltanto verso la metà dell’Ottocento. E questo perché fino ad allora in pochissimi avevano potuto vederla. Nel corso degli anni molte persone sono state affascinate dal misterioso e indecifrabile sorriso della Monna Lisa. Per lei la galleria del Louvre ha allestito una cassetta postale personale in cui riceve ancora lettere d’amore, poesie e fiori. Il dipinto ha fatto breccia nei cuori di molti uomini, curiosi gli aneddoti esistenti in proposito. Ad esempio, si racconta che una volta Napoleone fece appendere il dipinto alla parete della camera da letto del suo palazzo per circa 4 anni. Si dice che l’abbia trovata così affascinante che si è imbarcato in una missione per trovare una donna italiana da sposare. Il suo affetto per lei l’ha portato a sposare Teresa Guadagni, una discendente di Lisa Gherardini.

Battaglia di Anghiari - Leonardo da Vinci (1505)

La Battaglia di Anghiari era una pittura murale di Leonardo da Vinci, databile al 1503-1504 commissionata per il Salone dei Cinquecento di Palazzo Vecchio a Firenze. A causa dell'inadeguatezza della tecnica, il dipinto subì danni e non è certo che i suoi resti fossero stati lasciati in loco, incompiuti e mutili; circa sessant'anni dopo, la decorazione del salone venne rifatta da Giorgio Vasari; non si conosce se all'epoca fossero ancora presenti i frammenti leonardiani o se l'architetto aretino li abbia distrutti. La scena raffigurata riflette il pensiero dell'artista fondato su una visione pessimistica dell'uomo, che deve lottare per vincere le proprie paure. I critici parlano di "un livello mai sognato di energia e violenza" per la pittura storica. Tra le migliori copie tratte dal cartone di Leonardo c'è quella di Rubens. La cosa interessante di questo affresco di Leonardo è che finì per entrare in competizione con un giovane Michelangelo, che all’inizio del 1504 fu incaricato di dipingere un altro grande affresco. Michelangelo, che all’epoca aveva 28 anni (contro i 51 di Leonardo), nei diciassette anni trascorsi da Leonardo a Milano, si era fatto un nome e a Firenze era molto richiesto. Era uno scultore celebrato, ma presuntuoso, e si approcciava a Leonardo con sdegno e sufficienza. All’inizio del 1504 venne chiesto a Michelangelo di dipingere una scena di battaglia che facesse da contrappunto a quella di Leonardo. Il soggetto assegnato a Michelangelo era un’altra vittoria fiorentina, avvenuta nel 1364. Come Leonardo, neppure Michelangelo riuscì a completare l’affresco e la perdita definitiva delle due opere si ebbe nel 1560.

Leda e il Cigno

Leda col cigno è uno dei dipinti di Leonardo che sono andati perduti e le numerose copie fatte dagli allievi della sua bottega confermerebbero il fatto che Leonardo avesse davvero finito la sua opera. Una delle copie più famose che ci è pervenuta è quella di Francesco Melzi, allievo di Leonardo, e l’unica cosa che ci è rimasta è un disegno preparatorio di Leda col cigno, datato 1505. Probabilmente lavorò alla Leda, un raro caso di soggetto mitologico nella sua produzione, nella fase tarda della sua attività, forse già durante il suo secondo soggiorno fiorentino, per poi trasferire l'opera con sé a Milano e da qui in Francia. Alla fine del XVII secolo se ne persero definitivamente le tracce. È certo che il dipinto venne visto da molti e aveva suscitato l'ammirazione generale, come testimoniano le copie: oggi se ne conoscono almeno nove. Una delle migliori è quella attribuita a Francesco Melzi, allievo di Leonardo.