La Villa Borghese di Marcantonio IV

Un rinnovamento eclettico con echi neoclassici

In questo estratto della serie Passepartout (Lumi di Roma, 2006), Philippe Daverio racconta un particolare momento storico di riqualificazione della celebre Villa Borghese di Roma. Lo fa introducendo prima la nascita dell’Illuminismo per mettere in evidenza la risposta dell’aristocrazia romana alla corrente di pensiero che, a fine Settecento, invadeva l’Europa e arrivando nella Roma dei papi incontrava una certa resistenza al cambiamento.
Dal 1770, gli interni e i giardini di Villa Borghese furono sottoposti a un radicale rinnovamento per volere del principe di Sulmona Marcantonio IV Borghese (1730-1800) che, in occasione del matrimonio con la principessa Anna Maria Salviati (1752-1809), usava la ricca dote della congiunta per compiere i lavori.  

Dedito fin da giovane ai piaceri della vita aristocratica, grazie all'ingente patrimonio di famiglia ereditato con la morte del padre Camillo I, Marcantonio aveva iniziato a sanare la prestigiosa collezione parzialmente dispersa dal genitore

Gli ingenti lavori di riqualificazione e aggiornamento stilistico della “Villa Pinciana” di origine seicentesca, avvennero su progetto del talentuoso architetto romano Antonio Asprucci (1723–1808), iniziatore di suggestioni neoclassiche nella città eterna.
Il rifacimento coinvolse una rinomata equipe di artisti italiani e stranieri diretti da Asprucci. Tra questi, il pittore e archeologo inglese Gavin Hamilton (1723-1798), che oltre a consigliare Marcantonio sugli acquisti di nuove opere seicentesche, eseguiva scavi di reperti nei terreni dei Borghese scoprendo il sito di Gabii vicino Roma. 
All’opera, anche i pittori di affreschi Tommaso Conca (1734–1822), autore dei soffitti della “Sala del Sileno” e di quella “Egizia” e Mariano Rossi (1731–1807), artefice della volta del “Salone d'Ingresso” della Villa con “L'Apoteosi di Romolo accolto da Giove nell'Olimpo” (1775-1779). Qui, le decorazioni delle pareti con dipinti a motivi floreali, animali e cammei a stucco, furono realizzate da una fitta schiera di esperti decoratori, tra i quali Vincenzo Pacetti (1746-1820), Massimiliano Laboureur (1767-1831), Tommaso Righi (1727-1802) e Domenico de Angelis (1735-1804).
Asprucci collaborò moltissimo anche con l’importante orafo di origini francesi, nato a Roma, Luigi Valadier (1726-1785) che per Marcantonio reinterpretò il gusto dell’antico, o rifacendo nuovi pezzi, o intervenendo con inserti, come il caso dell’Erma di Bacco (Sala di Paolina) ritenuta per molto tempo un originale d’epoca. 

Autientici del Valadier, una coppia di tavoli di estrema ricchezza cromatica e varietà formale, nei quali l’orafo accosta materiali e lavorazioni diverse, come tipico della sua bottega romana

Daverio si sofferma nella “Sala Egizia”, un esempio eclatante che evidenzia ulteriormente il gusto “pastiche” della Roma di metà Settecento ancora tentennante nel passaggio dallo stile Barocchetto al Neoclassico. Questa Sala, che sarà d‘esempio per le successive stanze simili che sorgeranno nei palazzi romani, fu concepita da Asprucci tra il 1779 e il 1782, per ospitare le statue egizie della collezione.
Al centro della volta spicca l’affresco del Conca entro le quadrature con divinità planetarie dipinte da Giovanni Marchetti (1730-1800), all’opera anche nella “Sala di Paolina”. Lungo le pareti decorate con geroglifici d’invenzione, tra coppie di colonne e statue di divinità greche, spicca un’interessante “Iside” in marmo nero (160-180 d.C.), integrata nel Seicento nei piedi, le braccia e la testa coronata di spighe, come la dea “Cerere”, con marmo bianco. 
Nel pavimento sono inseriti riquadri a mosaico databili III secolo d.C., con tre Divinità marine e un pannello musivo tratto da un Calendario rappresentativo del mese di marzo. Tra gli arredi, sei vasi in alabastro su rocchi di granito bigio, realizzati per la Sala intorno al 1780 con gusto orientale.

Tutto questo era frutto non solo di pittori e scultori, ma anche di artisti artigiani ebanisti, doratori, intagliatori, tornitori, mosaicisti, stuccatori, marmorari, tappezzieri, restauratori e antiquari

Nella nuova immagine di Villa Borghese prendeva così forma l’eclettismo che Giovanni Battista Piranesi (1720-1778) teorizzava e illustrava nelle sue visioni dell’antico, in un amalgama di simboli prelevati da civiltà antiche, quali egizi, etruschi e greci e mischiate con il patrimonio dell’Impero. Questo eclettismo di lì a pochi anni verrà “riordinato” grazie alle teorie di Winckelmann sul ritorno alla nobile semplicità antica, alla sobrietà dell’ornato e all’equilibrio delle parti.
L’impresa di Marcantonio, tuttavia, porterà al rifiorire a Roma di mestieri e botteghe da lungo tempo in crisi; la schiera di artisti e artigiani chiamati dal principe incrementeranno la produzione artistica dando forte impulso all’economia della città. 

In particolare, il recupero della tecnica del mosaico, eminentemente romana e lasciata nel dimenticatoio nel secolo precedente, in questi anni raggiunse un apice di sviluppo e qualità come da tempo non si vedeva 

Marcantonio avviava anche un radicale rinnovamento del parco della Villa sotto la direzione di Asprucci che collaborò con maestri giardinieri. Lavori di trasformazione interessarono i principali edifici: il Casino Nobile, il Casino dei Giochi d’acqua, il Tempio di Diana, il Casino dell’Orologio e l’ampliamento del grande parco con il rifacimento delle decorazioni in stile Neoclassico.
Infine, Marcantonio avviò i lavori per la realizzazione del Giardino del Lago e di Piazza di Siena, aprendo così il parco al popolo romano per le passeggiate estive e gli svaghi.

FOTO DI COPERTINA
Sala Egizia con Iside alla parete, Galleria Borghese, Roma