Courbet: L'atelier del pittore

Courbet: L'atelier del pittore

Iconologie quotidiane, 2025

Courbet: L'atelier del pittore
Lo storico dell’arte Rodolfo Papa presenta “L'atelier del pittore” (Iconologie quotidiane, 2025), una tela enorme di oltre tre metri per quasi sei, dipinta da Gustave Courbet (1819-1877) nel 1855. 

L’opera, oggi conservata al Museo d’Orsay di Parigi, è considerata dalla critica il “Manifesto della sua pittura”

Concepita a seguito di una complessa elaborazione documentata da parecchi disegni preparatori, con quest’opera Courbet voleva “esporre” compiutamente le proprie scelte artistiche (Gustave Courbet: una biografia per immagini), politiche ed etiche, un programma denunciato dallo stesso titolo ufficiale della tela, presentata come: “L'atelier del pittore, allegoria reale che determina una fase di sette anni della mia vita artistica e morale”.


Gustave Courbet, L'atelier del pittore, 1854-1855, olio su tela, 361×598cm., Musée d'Orsay, Parigi

Dopo aver ultimato l'opera, Courbet la volle presentare con un folto numero di opere all’Esposizione Universale parigina del 1855, assieme a “Funerale a Ornans”. Il rifiuto della giuria scatenò l'ira dell'artista che reagì all'affronto allestendo una mostra personale: 

Con l’aiuto economico del suo principale mecenate Alfred Bruyas, Courbet apri l'esposizione presso un edificio ironicamente battezzato “Pavillon du Réalisme” 

Courbet, che lamentava l’appellativo di “Realista” cucito addosso dalla critica, nel 1855 scrisse anche un suo testo programmatico dal titolo ”Realismo”, una dichiarazione poetica questa volta nero su bianco:

Essere capaci di esprimere i costumi, le idee, l'aspetto della mia epoca, secondo il mio modo di vedere; essere non solo un pittore, ma un uomo; in una parola, fare dell'arte viva: questo è il mio scopo”
Gustave Courbet

Con "L'atelier del pittore", Courbet entra nella maturità artistica; l'opera è Realista e nello stesso tempo allegoria di un’idea, un pensiero profondo e articolato del pittore tradotto in un'atmosfera misteriosa e sospesa che dà ampio spazio alle simbologie.

È il mondo che viene a farsi dipingere da me: a destra gli eletti, ovvero gli amici, i lavoratori, gli appassionati del mondo dell'arte. A sinistra, gli altri, coloro che conducono un'esistenza banale, il popolo, la miseria, la povertà, la ricchezza, gli sfruttati, gli sfruttatori, le persone che vivono della morte altrui”
Gustave Courbet

Ambientata in un vecchio granaio messogli a disposizione dal nonno, la tela presenta circa trenta personaggi in una composizione suddivisa in tre scomparti, uno a destra, uno a sinistra e al centro, il pittore che dipinge, secondo uno schema ripreso dalle raffiguranti medievali del “Giudizio universale”.  


Gustave Courbet, dettaglio centrale, L'atelier del pittore, 1854-1855, olio su tela, 361×598cm., Musée d'Orsay, Parigi

La “pittura” che fa da raccordo tra i due gruppi, mostra Courbet mentre dipinge un paesaggio della sua Ornans natia, un genere pittorico che all’epoca era al centro di un dibattito dal quale sarebbe scaturito un nuovo concetto di "modernità".
La tela dipinta da Courbet, “il quadro nel quadro”, paradossalmente è più definita e dettagliata dello sfondo reale del granaio. Oltre al paesaggio, ne “L'atelier del pittore” Courbet riunisce tutti i generi pittorici prediletti: ritratti, nudi, animali, natura morta e vedute d'interni.
L’artista è assistito da due figure, una femminile nei panni della “nuda verità” e un bambino dai vestiti laceri che osserva il quadro pieno di stupore, emblema dell'innocenza con la quale bisogna accostarsi all'arte. 
La donna, che guarda Courbet con tenerezza e partecipazione, evoca archetipi classici, ma l’artista la descrive con grande realismo senza alcuna idealizzazione; mossa da un istintivo senso di pudore, la musa si copre parzialmente con un velo mentre ai suoi piedi il panno gettato a terra indica il tema dello “svelamento” della "Verità".
Secondo Courbet, quindi, la verità è semplice, innocente e nuda e a completamento di questi concetti, il gatto bianco che si stiracchia pigro e sonnacchioso accanto al bambino indica spontaneità, libertà e naturalezza, tutte caratteristiche lontane dalla pittura d’accademia celebrata nei Salon

Gustave Courbet, dettaglio a destra, “la gente che vive della vita”, L'atelier del pittore, 1854-1855, olio su tela, 361×598cm., Musée d'Orsay, Parigi

A destra della tela il pittore dipinge “la gente che vive della vita”, ovvero tutti gli amici che erano vivi come lui dal punto di vista intellettuale e spirituale e che apprezzavano la sua arte: dal committente e mecenate Alfred Bruyas (all'estrema destra, con la barba), al poeta e critico Charles Baudelaire che siede su un tavolo assorto in lettura, al filosofo Proudhon (unico in posizione frontale), fino a Champfleury, autore del saggio “Manifeste du Réalisme” (1857) che siede su uno sgabello. In primo piano poi, due visitatori personificano la mondanità e il buon gusto (Apollonie Sabatier, Alfred Mosselman o François Sabatier), mentre vicino alla finestra, due amanti immersi nel loro idillio amoroso rappresentano l'universalità dell'amore.
Il bambino che dipinge sdraiato a terra, infine, è la metafora dell'apprendimento e di un approccio veritiero all'arte, privo di condizionamenti, accademici. 

Gustave Courbet, dettaglio a sinistra, “la gente che vive della morte”, L'atelier del pittore, 1854-1855, olio su tela, 361×598cm., Musée d'Orsay, Parigi

A sinistra, nella parte più fosca del dipinto, l’artista mostra “la gente che vive della morte”, ovvero coloro che preferiscono rifugiarsi nei beni materiali, nelle passioni o in una fede dogmatica, piuttosto che affrontare la dolorosa presa di coscienza dell'infelicità della loro tragica condizione. In questo caso non sono personaggi reali, ma presenze allegoriche che incarnano una “vita banale”, fatta di miserie umane e sociali.
Spicca immediatamente la figura di un rabbino, in riferimento alla cecità della religione e all'emarginazione degli ebrei e un bracconiere con i suoi cani, colto mentre guarda una chitarra, simbolo dello svago.

Vicino, con il cappello piumato e il pugnale poggiati a terra, Courbet vuole alludere al tramonto del Romanticismo

La prostituta personifica il vizio e la degradazione morale, il mercante si fa metafora dell'avarizia e delle bramosie umane, mentre la povera popolana che allatta il bambino è una chiara e spietata allusione alla crisi economica e alla miseria di quegli anni. Dietro il paesaggio che sta dipingendo Courbet, avvolto nell'ombra, un innaturale manichino, probabilmente utilizzato dal pittore per dipingere una Crocefissione, allude alla arte accademica, giudicata dall'artista falsa e soffocante. 

Accanto a Courbet, infine, un teschio su un giornale diventa la traduzione in pittura di una celebre citazione del filosofo anarchico Proudhon, amico dell’artista: “i giornali sono i cimiteri delle idee”

“L'atelier del pittore” presenta una tavolozza prevalentemente composta da tinte scure, brune, “terrose”, liberamente alternate a macchie di colore più pure e luminose. Il livello di dettaglio è assai eterogeneo, dal gatto e lo scialle dalla donna nuda, estremamente rifiniti con minuzia e precisione, a zone in cui il dipinto non sembra nemmeno finito, come lo sfondo.
Analogo anche il trattamento della materia pittorica, talora levigata con una stesura leggera e distesa e talora applicata con la spatola, così da dare “fisicità” in zone dense di colori grumosi. 
L'intera composizione è inondata da una luce soffusa, attenuata, persino polverosa che filtra da una finestra non localizzata con esattezza. 

FOTO DI COPERTINA 
Gustave Courbet, L'atelier del pittore, 1854-1855, olio su tela, 361×598cm., Musée d'Orsay, Parigi