Rai Scuola
Gustave Courbet, Uomo disperato, 1843, olio su tela, 45×54cm., Collezione privata
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Gustave Courbet, Autoritratto con cane nero, 1842, olio su tela, 46,3×55,5cm., Petit Palais, Parigi
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Gustave Courbet, L’uomo ferito, 1844-1854, olio su tela, 81,5x97,5cm., Musée d’Orsay, Parigi
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Gustave Courbet, Ritratto di Charles Baudelaire, 1848, olio su tela, 54,50×65,50cm., Musée Fabre, Montpellier
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Gustave Courbet, Dopopranzo a Ornans, 1848-‘49, olio su tela, 195×257cm., Palais des Beaux-Arts, Lille
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Gustave Courbet, Gli spaccapietre, 1849, olio su tela, 159x259cm., Gemäldegalerie, Dresda, distrutta durante la Seconda Guerra Mondiale
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Gustave Courbet, Il Funerale a Ornans, 1849, olio su tela, 315x668cm., Musée d'Orsay, Parigi
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Gustave Courbet, Bonjour Monsieur Courbet, 1854, olio su tela, 129x149 cm., Museé Fabre, Montpellier
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Gustave Courbet, Bonjour Monsieur Courbet, 1854, olio su tela, 129x149 cm., Museé Fabre, Montpellier
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Gustave Courbet, La filatrice addormentata, 1853, olio su tela, 91x115cm., Museo Fabre, Montpellier
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Gustave Courbet, Le vagliatrici di grano, 1854, olio su tela, 131x167cm., Musée des Beaux-Arts, Nantes
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Gustave Courbet, L'atelier del pittore, 1854-1855, olio su tela, 361x598cm., Musée d'Orsay, Parigi
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Gustave Courbet, Signorine sulla riva della Senna, 1857, olio su tela, 174x200cm., Museo del Petit Palais, Parigi
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Gustave Courbet, Jo, la bella irlandese, 1865-’66, olio su tela, 54x65cm., National Museum, Stoccolma
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Gustave Courbet, La Donna dalle calze bianche, 1864. olio su tela, 65x81cm., Fondazione Barnes, Filadelfia
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Gustave Courbet, La Donna dalle calze bianche, 1864. olio su tela, 65x81cm., Fondazione Barnes, Filadelfia
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Gustave Courbet, Il Sonno, 1866, olio su tela, 135x200cm., Petit Palais, Parigi
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Gustave Courbet, L'origine del mondo, 1866, olio su tela, 46x55 cm., Museo d'Orsay, Parigi
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Gustave Courbet, Autoritratto a Sainte-Pélagie, 1872, olio su tela, 92x73 cm., Musée Gustave Courbet, Ornans
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Gustave Courbet fotografato da Nadar, 1860
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Gustave Courbet: un nuovo sguardo sulla realtà

L'uomo, l'artista e il rivoluzionario

Ho cinquant'anni ed ho sempre vissuto libero; lasciatemi finire libero la mia vita; quando sarò morto voglio che questo si dica di me: Non ha fatto parte di alcuna scuola, di alcuna chiesa, di alcuna istituzione, di alcuna accademia e men che meno di alcun sistema: l'unica cosa a cui sono appartenuto è stata la libertà”
Gustave Courbet

Jean Désiré Gustave Courbet (1819-1877) è il più importante esponente del Realismo ottocentesco francese. Lo vediamo giovane in uno dei suoi primi autoritratti accettati al Salon di Parigi del 1844: in “Autoritratto con cane nero” (1842) è seduto su una rupe con accanto il suo spaniel dal pelo lungo. Inquadrato da sotto in su, l’improvviso colpo di luce sul viso svelano un orgoglioso compiacimento. Bastone, pipa, libro, mantello scuro con fodera chiara, pantaloni a strisce e capelli lunghi, indicano la sua estrazione borghese. Il paesaggio, risolto con veloci colpi di spatola molto sommari, rimanda al suo ambiente natio della Franca Contea. 

Nella mia vita ho realizzato molti miei autoritratti via via che cambiava il mio stato d'animo. Ho scritto la mia vita in una battuta"
Gustave Courbet, 1854

Fino al 1855 circa, Courbet continuò ad indagare in maniera quasi ossessiva la propria fisionomia travestendosi con i costumi più disparati ed enfatizzando le espressioni del volto. Un esempio, “Uomo disperato” (1843), autoritratto romantico colto nell’attimo di una forte emozione: bocca socchiusa, occhi spalancati diretti allo spettatore, mani sui capelli e volto pallido rinforzato dal bianco della camicia, che contrasta con il nero della chioma e della barba. 
Courbet nasce in Francia a Ornans, una cittadina presso le montagne Svizzere che spesso appare nei suoi quadri, un paesaggio dell'infanzia per il quale ebbe una certa devozione. Primogenito di tre sorelle, Courbet mantenne un saldo vincolo affettivo con la benestante famiglia di agricoltori, tanto da ritrarli diverse volte a fianco dei protagonisti delle sue composizioni. 
Fin da giovane seguì corsi di disegno presso la scuola locale ma, secondo la volontà del padre, nel 1839 partì per Parigi per intraprendere studi di Legge. Tuttavia, di carattere ribelle e sanguigno, il giovane Gustave presto li abbandonò per seguire lezioni di pittura nelle scuole libere di Charles de Steuben e Charles Suisse. 
A Parigi, Courbet iniziò a frequentare l’ambiente bohémien della capitale animata da un vivacissimo fermento culturale e artistico romantico, ancora vivo sulle tracce di Géricault (Théodore Géricault, la dignità degli ultimi) e Delacroix (Eugène Delacroix, la verità della passione): musei, esposizioni, artisti stranieri e nuove figure di committenti, quali collezionisti e amatori, stavano lentamente cambiando le regole del mondo dell’arte (Honoré Daumier: l'opera e la satira di un Realista).
Dentro il Louvre, mutò il proprio linguaggio riflettendo sugli insegnamenti dei maestri del passato: Rembrandt e Caravaggio furono per lui modelli indiscussi, ma anche Velázquez, scoperto nella “galleria spagnola” di re Luigi Filippo.

Oltre all’intensa attività di studio, nel quartiere Latino di Parigi il giovane Courbet frequentò la “Brasserie Andler”, fulcro del nascente "Tempio del Realismo" e ritrovo di artisti e intellettuali

Nel quartier generale dell’intellighenzia parigina, Courbet conosce il giovane poeta Charles Baudelaire, ritratto in una rara immagine a testimonianza della vicinanza reciproca nei loro anni bohémien (Ritratto di Charles Baudelaire, 1848). La loro amicizia durerà nel tempo, nonostante le divergenti posizioni artistiche. 
Da una relazione amorosa con la modella Virginie Binet, nel 1847 nacque una figlia e a seguito della separazione dall’amata, ridipinse “L'uomo ferito” (1844-1854), autoritratto romantico che celebra l’eroe sofferente. Una figura femminile, originariamente appoggiata alla spalla del pittore, fu sostituita da una spada e all'altezza del cuore aggiunse, sulla camicia bianca, una macchia rossa di sangue. 
Se nel primo periodo gli autoritratti occupano un posto centrale nell’affermazione estetica e morale della figura del pittore, con i motti parigini del 1848, Courbet si impose come capofila del Realismo raggiungendo una profonda coscienza di classe, tale da fargli tradurre nelle sue tele i valori democratici rivendicati dai socialisti insorti nelle piazze. 
Sfruttando l'assenza della commissione giudicatrice del Salon, nel 1848, l’artista può esporre una decina di quadri e disegni che gli conferiranno una certa notorietà nelle edizioni successive.

Da allora, l’artista muta il proprio repertorio iconografico: immagini popolari della sua provincia, umili contadini al lavoro, o nei rari momenti di pausa 

Nel 1849, “Dopocena ad Ornans” inaugura la maturità del pittore: l’opera, presentata al Salon, gli valse una medaglia d’oro e l’acquisto da parte dallo Stato.
In una stanza scura, riscaldata da un grande camino, alcuni amici hanno appena terminato di cenare e finite le chiacchiere conviviali, ascoltano rilassati un po’ di musica. A sinistra, di profilo, il padre dell’artista, Régis Courbet, tiene il bicchiere e sembra stia per appisolarsi. Al centro, il padrone di casa, Urbain Cuénot, con il viso appoggiato al braccio è assorto nella musica con un’aria pensosa. Seduto, di spalle, Adolphe Marlet sta per accendersi la pipa con un tizzone del camino; sotto la sedia è accucciato il suo cane. A destra, Alphonse Promayet, amico musicista di Courbet, sta suonando il violino: l’uomo ha una sagoma fisica robusta, la testa e le mani grosse creano un contrasto con l’esile strumento. 

Sulla tavola, una natura morta risolta negli accordi di toni grigio, bruno e beige: frutta di stagione, il pane e l’immancabile vino, spiccano su una tovaglia bianca 

Courbet propone una banalissima scena di genere, un ricordo di gioventù di intimità domestica ispirata agli interni di Louis Le Nain; ma a colpire sono le dimensioni della tela che emulano quelle dei grandi quadri aulici di storia.
In “Dopocena ad Ornans” risuonano anche gli echi di un viaggio dell’artista compiuto, tra il 1846 e il 1847, in Belgio e Olanda, terra dei Maestri fiamminghi. 
Malgrado qualche incongruenza di scala, la gamba della sedia sulla quale è seduto il padre dell’artista e il muso del cane, da questo momento Courbet fu sulla bocca di tutti; Delacroix parlò di lui come di un rivoluzionario, mentre Ingres mise in guardia dal seguirne l’esempio che vedeva pericoloso.
Nel 1850, dati primi successi al Salon, Courbet non doveva più sottostare al vaglio della commissione. Dopo un lungo soggiorno a Ornans, tra l’inverno del 1849 e l’estate del Cinquanta, presenta otto ambiziosi lavori in netta controtendenza, sia rispetto agli orientamenti dominanti della pittura di storia, sia alla tradizionale gerarchia di generi. Tra questi, un’opera che fece scandalo per il soggetto indegno di pittura: “Gli spaccapietre”, tela distrutta durante un incendio nella Seconda Guerra Mondiale. 
Fedele ai canoni del Realismo, Courbet presenta due anonimi operai incontrati sulla strada sassosa di Maisières, sotto la luce accecante del mezzogiorno. Le calze bucate, il panciotto lacerato, gli zoccoli consunti, le toppe sulle maniche della camicia e soprattutto, il volto celato. L’artista, infatti, pone l’enfasi sulla loro esistenza fatta di duro e alienante lavoro introducendo così nella scena artistica francese il tema della povertà e della precarietà della vita.

Il funerale a Ornans” è stato in realtà il funerale del Romanticismo”
Gustave Courbet

Nel 1850 e ‘51, Courbet presenta al Salon “Funerale a Ornans”, la prova più significativa della maturità. Che l’artista proponesse il funerale di un suo parente nel nuovo cimitero cittadino, suscitò aspre critiche e polemiche nel mondo artistico parigino: la trivialità della composizione di figure compresse e appiattite come in un fregio antico, la bruttezza di personaggi comuni e anonimi, ma soprattutto, ancora una volta, disturbava l'audacia dell'artista nel servirsi di un grande formato, appannaggio esclusivo della nobile pittura di storia. 
Su una superficie di quasi sette metri quadrati, una trentina di figure a grandezza naturale, ciascuno con un’espressione diversa, si stagliano sulla tela costituendo una grandiosa galleria umana di sentimenti: il parroco e il sindaco di Ornans, i sagrestani con l'abito rosso da cerimonia, i chierichetti, il giudice di pace, i contadini, alcuni veterani del 1793 riconoscibili per la vecchia divisa, le donne, tra cui spiccano in primo piano le tre sorelle affrante di Courbet, il padre, il notaio e il becchino in attesa. 

In primo piano e al centro, la fossa sborda oltre il limite fisico della cornice, verso lo spettatore, mentre alcuni teschi invitano a riflettere sulla caducità della tragica condizione umana

L'austerità dei verdi scuri, dei bruni terrosi, dei grigi spenti e della solennità dei neri, si intervalla alla vivacità dei bianchi e dei rossi. Le pennellate pesanti e pastose mettono in evidenza la fisicità dei personaggi. 
Fin dalla giovane età Courbet amò frequentare letterati: a Ornans, il cugino e futuro poeta Max Buchon, a Parigi, gli scrittori e suoi estimatori, Jules Champfleury, Baudelaire e il filosofo anarchico Pierre-Josef Proudhon, che influenzò sensibilmente le idee rivoluzionarie dell’artista. Un uomo in particolare fece la differenza cambiando la sua vita, il banchiere e collezionista d'arte Alfred Bruyas, ritratto in svariati dipinti (Bonjour Monsieur Courbet, 1854).
Malgrado le critiche suscitate al Salon del 1853, fu qui che Courbet incontrò Bruyas folgorato, sia da “Le bagnanti”, sia da “Filatrice addormentata”, un ritratto della sorella; il collezionista acquistò i dipinti e da allora, diventò il primo e più importante mecenate dell’artista, ospite in casa sua a Montpellier per svariati anni. 

La verità e la quotidianità rendono i due dipinti straordinariamente moderni: Courbet ruppe i codici di rappresentazione e la gerarchia dei generi

Ne “Le bagnanti” mostra un nudo goffo, un fisico che l'opinione pubblica riteneva "volgare"; lontano dalle perfette “Odalische” di Ingres, Courbet propone il corpo formoso di donna di campagna conosciuta nella sua Franca Contea. E poi, l'epoca profondamente cattolica, l'industrializzazione e l'imborghesimento delle metropoli generarono un certo ripulso verso il mondo rurale. 

Grazie alla protezione di Bruyas, Courbet poté esprimersi liberamente e far crescere la sua fama, tanto che le sue esposizioni iniziarono ad essere contese in tutta Europa: Londra, Francoforte, Anversa, Bruxelles, Amsterdam e L'Aia

Concepita a seguito di una complessa elaborazione documentata da parecchi disegni preparatori, con la tela “L'atelier del pittore, allegoria reale che determina una fase di sette anni della mia vita artistica e morale” (1854-‘55), Courbet voleva “esporre” le proprie scelte artistiche, politiche ed etiche, in un programma denunciato dallo stesso titolo ufficiale (Courbet: L'atelier del pittore).
Courbet propose l’opera, assieme a “Funerale a Ornans”, all’Esposizione Universale parigina del 1855. Rifiutate dalla giuria, l’artista reagì all’affronto e con l’aiuto di Bruyas allestì una mostra personale in un edificio polemicamente battezzato: “Pavillon du Réalisme”. Nell’esposizione, presentò anche “Le vagliatrici di grano” (1854), una scena dell’azienda agricola familiare, probabilmente, con le sorelle al lavoro. L'impegno espresso nell’ampio gesto della contadina di spalle in primo piano, restituisce una dignità che concentra sulla figura l'attenzione dell'osservatore, anche grazie all'importante rilettura da parte dell’artista della tradizione pittorica cinquecentesca.
Il “Pavillon du Réalisme” si rivelò fallimentare: visitato da poche persone, perlopiù indifferenti, ebbe un solo considerevole riconoscimento, in pagine private dall’amico Delacroix. 
Nel 1855, dopo la mostra personale, Courbet scrisse un suo testo programmatico dal titolo ”Realismo”, una chiara e decisiva dichiarazione di poetica, questa volta nero su bianco.

Essere capaci di esprimere i costumi, le idee, l'aspetto della mia epoca, secondo il mio modo di vedere; essere non solo un pittore, ma un uomo; in una parola, fare dell'arte viva: questo è il mio scopo”
Gustave Courbet, 1855

Nel 1856, Courbet si reca in Belgio e nel 1959 passa un lungo periodo in Germania: accolto come una celebrità, gli viene messo a disposizione uno studio dell'Accademia di Francoforte.
Dopo i temi sociali con i quali Courbet apriva la stagione del Realismo, privilegiati tra il 1848 e il 1855, dalla fine del decennio l’artista si dedicò soprattutto a generi commerciali, che potevano garantirgli un maggior sostentamento, in parte anticipati dal “L’atelier dl pittore”.
Fra ritratti, nudi femminili, paesaggi boschivi, marine, scene di caccia e qualche scena cittadina, spicca “Signorine sulla riva della Senna” (1857) dove, nelle pose delle giovani estranee alle buone maniere dell'epoca, Courbet ironizza sulla nuova borghesia parigina prona alla corruzione morale. 
Tra i tanti nudi di carattere erotico, spesso realizzati per committenza privata altolocata, la prima opera licenziosa del pittore fu “Donna con le calze bianche” (1864), seguita da, “Il sonno” (1866), una scena di lesbismo e dello stesso anno, la più strabiliante: ”L’origine del mondo” (1866). Courbet ritrae in un primo piano prospettico i genitali di una donna che, con molta probabilità, potrebbe trattarsi di Constance Quéniaux, un'ex ballerina dell'Opéra e all'epoca maitresse del collezionista d'arte, diplomatico ottomano Khalil-Bey (1831-1879). Mai esposte in pubblico nell’Ottocento, le ultime due tele furono commissionate proprio dal diplomatico, già in possesso di “Bagno turco” di Ingres, opere che entrarono nel suo appartamento di Parigi nascoste dietro una tenda.

”L’origine del mondo” è un’opera trasgressiva, audace e scandalosa per il gusto e la morale dell’epoca

L’ardita rappresentazione realista del sesso femminile, viene composta in un’inquadratura già fotografica nel taglio sforbiciato del corpo che esclude sia le parti terminali degli arti, sia il volto della protagonista. Courbet aveva fatto largo uso della fotografia erotica realizzata negli anni Sessanta da Auguste Belloc.
Grazie al grande virtuosismo dell’artista, alla raffinatezza della gamma delle tonalità ambrate, “L'origine del mondo” non risulta un’immagine pornografica, bensì, ancora un omaggio alla tradizione cinquecentesca veneziana, reinterpretata con audacia: la pennellata ampia e sensuale infatti, richiama il colore di Tiziano, Veronese e Correggio, maestri di una pittura carnale e lirica.
Prima di entrare al Museo d’Orsay, nel 1995, l’opera era stata posseduta dal noto psicanalista Lacan. “L’origine del mondo”, fu conosciuta solo nel tardo Ottocento da artisti come Schiele, Rodin, Lautrec e nel Novecento, da Picasso e Duchamp che, attraverso la loro opera, hanno reso omaggio all’audacia di Courbet.  

Nella maturità degli anni Sessanta e Settanta, Courbet fece una pittura sempre più densa e corsiva. Rese materico il colore privilegiando l’uso della spatola e accentuò la compresenza di porzioni sommariamente dipinte e altre definite in punta di pennello 

Nel soggiorno a Le Havre del 1841, durante un viaggio sulla costa normanna, Courbet scopriva il mare. Tornò successivamente e nel 1869 e soggiornò regolarmente ad Étretat, dove dipinse delle "marine", intendendo con questo termine rappresentazioni di "mari in tempesta", "trombe marine" e "onde". Distaccandosi radicalmente dalla pittura tradizionale di genere dei paesaggi marini, Courbet trasse ispirazione da un approccio diretto con il mare: cercò di catturare la potenza del moto ondoso, rapido, sfuggente e incessante e dipingendo instancabilmente gli stessi soggetti, anticipò Monet e gli impressionisti nell'ideazione del concetto di "serie".
Durante questo soggiorno ne dipinse nove, cogliendo i mutamenti meteorologici, dalla furia della natura alla calma: “L’onda”, il cui taglio ravvicinato anticipa le marine di Carrà del Novecento, è caratterizzato da un cielo fortemente ridimensionato rispetto ad altre tele della serie: l’artista concentra l'attenzione sul mare in tempesta e sull'onda prodigiosa che appare come cristallizzata nel movimento. 

Applicando uno spesso colore con la spatola, Courbet riescì a rendere la potenza selvaggia delle forze naturali in azione 

In Normandia, durante un soggiorno dell'artista a Trouville, Courbet entrò in contatto con Joanna Hiffernan, amante dell'amico pittore James Abbott McNeill Whistler e in seguito, dello stesso: detta Jo, la donna accettò di posare per lui in ben quattro dipinti ad olio (Jo, la bella irlandese, 1865-’66).

Nonostante le prese di posizione a favore dei rivoluzionari del 1848, Courbet rimase sempre piuttosto defilato dalla lotta attiva

Alla caduta del Secondo Impero, dopo la sconfitta di Napoleone III a Sedan e la nascita del Governo Repubblicano, l’artista viene incaricato di sovrintendere la tutela dei monumenti nazionali: esprimendosi a favore dell’abbattimento della Colonna Vendôme, simbolo del potere imperiale, andò incontro a seri guai giudiziari. Con l’insorgere della Comune nel 1871, Courbet fu poi nominato delegato alla conservazione del Louvre e alla organizzazione del Salon, posizioni secondarie che lo videro coinvolto più come animatore. Purtroppo, con il ristabilirsi del governo ufficiale, le sue dichiarazioni e la partecipazione alla Comune furono sufficienti ad incriminarlo, anche se non partecipò in prima persona all’abbattimento della Colonna Vendôme. 
Nel 1873, a seguito di un processo, Courbet fu condannato a sei mesi di carcere e a rimborsare le spese di ricostruzione del monumento, cosa che dilapidò una parte ingente della sua fortuna (Autoritratto a Sainte-Pélagie, 1872). 

Riuscì a fuggire in Svizzera

Durante l’esilio lo Stato gli confiscava i beni. La condizione di esiliato prostrò gravemente l’artista che affogò nell'alcol, mentre i problemi di denaro e i procedimenti giudiziari diventavano un'ossessione. Nel dicembre del 1877, appena qualche giorno prima della morte, la sua bottega fu interamente dispersa nel corso di un'asta pubblica. 
L'artista moriva il 31 dicembre del 1877 a La Tour-de-Peilz. 

FOTO DI COPERTINA
Gustave Courbet, dettaglio, Il Funerale a Ornans, 1849, olio su tela, 315x668cm., Musée d'Orsay, Parigi