Giovanni Pascoli: Myricae

Giovanni Pascoli: Myricae

"Dieci agosto"

Giovanni Pascoli: Myricae

Ritornava una rondine al tetto:
l’uccisero: cadde tra spini:
ella aveva nel becco un insetto:
la cena de’ suoi rondinini.

X agosto è uno dei componimenti più commoventi scritti da Giovanni Pascoli, contenuta nella raccolta Myricae. Qui il poeta ipercorre la notte di San Lorenzo del 1867, quando suo padre Ruggero Pascoli venne assassinato senza una vera e propria spiegazione mentre tornava a casa da una fiera. 

Myricae è la prima raccolta di poesia di Pascoli e rappresenta in modo esauriente e completo tutta la poetica pascoliana, che attraverso le varie edizioni, dalle 22 iniziali, giunge al numero finale di 156 componimenti. E' infatti considerata l’opera della sua vita, un po’ come il Canzoniere per Petrarca o lo Jacopo Ortis per Foscolo. È l’opera a cui ha lavorato con maggiore assiduità e quella che meglio lo identifica.

Le sezioni in cui Myricae si divide sono: Dall'alba al tramonto, Ricordi, Pensieri, Creature, Le pene del poeta, L’ultima passeggiata, Le gioie del poeta, Finestra illuminata, Elegie, In campagna, Primavera, Dolcezze, Tristezze, Tramonti, Alberi e fiori.

Sono presenti anche liriche isolate che fungono da ponte tra una sezione e l’altra: Il giorno dei morti, Dialogo, Nozze, Solitudine, Campane a sera, Ida e Maria, Germoglio, Il bacio del morto, La notte dei morti, I due cugini, Placido, Il cuore del cipresso, Colloquio, In cammino, Ultimo sogno.

In questa raccolta il poeta canta temi familiari e campestri, le piccole cose di tutti i giorni, gli affetti più intimi, riprendendo l’atmosfera delle Bucoliche di Virgilio dove il mondo campestre è cantato e idealizzato.

Questi temi sono filtrati dallo sguardo sempre nuovo e ingenuo del “fanciullino”, simbolo della sua poetica (è il titolo di un saggio programmatico scritto tra il 1897 e il 1903), che Pascoli aveva teorizzato: vedere il mondo con gli occhi dell'infanzia, capaci di immaginazione e poesia, occhi che rinnovano, parole che danno nuovi nomi, come un Adamo appena venuto al mondo, non corrotto dalla civiltà, dal sapere, dall’abitudine.

Così il poeta-fanciullino ha la capacità di cogliere le segrete corrispondenze tra gli elementi della natura creando un dialogo misterioso tra il proprio "io" e la realtà esterna, costituita dal piccolo mondo agreste che lo circonda. È la capacità di scoprire la lingua delle cose, la voce degli elementi, e farli diventare comprensibili poiché espressi attraverso la visione di ciò che essi sono in se stessi, nella loro pura essenza.

Scrive il critico Emilio Cecchi:

Nei suoi momenti più felici [la poesia di Pascoli] è gettata completamente e senza residui negli aspetti delle cose (…) una lirica fatta di lampeggiamenti e sottintesi, di risonanze e di echi, di analogie profonde che risaltano per virtù di rime che lontanamente si intrecciano, più che per virtù di visioni espresse

Abbiamo quindi la determinatezza del linguaggio e l’indeterminatezza del significato che costituiscono l’impressionismo simbolico di Pascoli il quale «lascia che il lettore pensi e trovi da sé, dopo avergli messo innanzi quanto basta a capire». Il senso del mistero allora pervade tutte le cose e solo il poeta bambino è in grado di parlare con loro e di ascoltare la voce della natura.

Tra gli elementi principali della poesia pascoliana c’è anche l'evocazione e la contemplazione della morte specialmente attraverso il ricordo dei traumi passati come la morte del padre a cui Pascoli dedica idealmente la raccolta: il nido familiare di Pascoli aveva subito tragiche perdite e quindi c’è sempre un senso di costante rimpianto e smarrimento, unito all’ansia della propria morte annunciata da sinistri presagi (come nella lirica L’assiuolo). 

Nelle ambientazioni di Pascoli, nella sua perfezione stilistica vive un profondo e incombente senso di tragedia. I lutti per Pascoli furono tanti, proprio a partire dall’uccisione del padre il 10 agosto del 1867: il padre è uno dei temi ricorrenti come vediamo nelle poesia X agosto o Il lampo in cui sono ripercorsi gli ultimi istanti di vita del padre attraverso una forte analogia tra il lampo e lo sparo, così come nella poesia La cavalla storna è rievocata l’angoscia dell’omicidio e l’unica testimone del misfatto: la cavalla che trainava il carro del padre. Questo lutto inaugurò una serie di sventure che lasciarono il poeta con le sorelle Ida e Maria con le quali si creò un rapporto profondo e morboso:  

Di fatto si determina nei tre [Giovanni Pascoli e le due sorelle minori Ida e Mariù] che la disgrazia ha diviso e ricongiunto una sorta di infatuazione e mistificazione infantili, alle quali Ida è connivente solo in parte. Per il Pascoli si tratta in ogni caso di una vera e propria regressione al mondo degli affetti e dei sensi, anteriore alla responsabilità; al mondo da cui era stato sbalzato violentemente e troppo presto. Possiamo notare due movimenti concorrenti: uno, quasi paterno, che gli suggerisce di ricostruire con fatica e pietà il nido edificato dai genitori; di investirsi della parte del padre, di imitarlo. Un altro, di ben diversa natura, gli suggerisce invece di chiudersi là dentro con le piccole sorelle che meglio gli garantiscono il regresso all'infanzia, escludendo di fatto, talvolta con durezza, gli altri fratelli
Mario Luzi

Nel filmato le vicende personali e familiari di Giovanni Pascoli, e il loro impatto sulla sua produzione artistica del poeta, sono rievocate e ricostruite nel racconto di Guido Davico Bonino, uno straordinario documento in cui il critico letterario e professore universitario ripercorre le tappe della vita di Pascoli attraverso la sua esperienza umana e i riflessi sulla sua poetica.

Per approfondire la vita e l'opera di Giovanni Pascoli:

Vittorio Gassman legge Giovanni Pascoli

I Grandi della Letteratura Italiana. Giovanni Pascoli

Nasce Giovanni Pascoli

Giovanni Pascoli con Giuseppe Antonelli

Myricae di Giovanni Pascoli

L'evoluzione delle forme della lirica: la rivoluzione di Pascoli