Annibale Carracci e Palazzo Farnese a Roma

Una Galleria proto barocca

Alberto Angela introduce brevemente la storia di Palazzo Farnese (Passaggio a Nordovest, 2019) e varcata la soglia dell'edificio, si sofferma nell'ampio cortile porticato in perfetto stile classico. 
I lavori del palazzo, progettato da Antonio da Sangallo (1484-1546), su commissione di Alessandro Farnese, futuro Paolo III, si arenarono con il sacco di Roma (1927) e dopo la morte di Sangallo, proseguirono con l'intervento di Michelangelo. A lui si deve l'aggettante cornicione che delimita in alto la facciata, il balcone sopra il portale centrale con il grande stemma e il completamento del cortile interno.
In vista del matrimonio di Ranuccio Farnese con Margherita Aldobrandini, nipote di Clemente VIII, nel 1597, Annibale Carracci fu incaricato del cardinale Odoardo, fratello di Ranuccio, di affrescare la volta della Galleria all’interno del nobile palazzo di famiglia.

E’ difficile esagerare l’importanza della Galleria Farnese, palestra della scuola romana dei Carracci, testo di fondazione di una nuova stagione dell’arte italiana, vero incunabolo del Barocco 
Tomaso Montanari

A Roma nel 1595, Annibale completava la sua formazione artistica e a diretto contatto con la tradizione pittorica tosco-romana, ammira sul posto la Cappella Sistina e le Stanze Vaticane di Michelangelo e Raffaello, forti suggestioni che si aggiungono alla già salda conoscenza dei maestri del nord, Correggio, Tiziano, Tintoretto e Veronese (Annibale Carracci: Natura e Ideale).



Con la volta Farnese, Annibale porta linfa vitale nella scena artistica romana, all’epoca tramortita e ingessata negli stilemi accademici tardo-manieristi imperanti nella città eterna. 
Annibale iniziava i lavori assistito dal fratello Agostino. Dallo schema a fregio, tipicamente bolognese (L'esordio di Ludovico, Annibale e Agostino Carracci), ben presto i due Carracci comprendono la necessità di considerare altre soluzioni, qui presenti nell'originale combinazione di ornamenti diversi, in parte già sperimentati nei palazzi bolognesi (I Carracci e Palazzo Sampieri a Bologna) e in parte reinventati. 



La complessità dell’impresa decorativa in una galleria stretta e lunga (20x7m), è superata dalla creazione di un’architettura in trompe-l’oeil che ampia lo spazio, dove scultura e pittura si sovrappongono e confondono. 
Tema della decorazione della volta della Galleria Farnese, l'Amore e in particolare, dato che è rivolta a una coppia di sposi, l'alterno rapporto tra la dimensione celeste e spirituale e quella terrena e carnale. 
Le singole scene, sono tratte in buona parte dalle Metamorfosi di Ovidio e il personaggio di Ercole primeggia come già nella grande e preziosa collezione d'arte antica dei Farnese, che nel palazzoi, conservava la statua ellenistica dell'eroe (III secolo d.C.), rinvenuta alle terme di Caracalla intorno al 1546.



A partire da un primo ordine della volta, a coronamento della sala, Annibale crea un'altana o un belvedere nel quale, grandi telamoni di marmo bianco, come cariatidi, dialogano con le statue sottostanti, raccolte nelle nicchie del salone. 

Tutto è illusorio, gli atlanti monocromi che sembrano di marmo, scandiscono gli affreschi racchiusi in finte cornici d'oro, i così detti “quadri riportati”, o in medaglioni che imitano il bronzo

Oltre a giochi ottici e di prospettiva, qui Annibale celebra i più grandi maestri del Rinascimento, da Raffaello, citato in un riquadro con la Storia di Galatea, a Michelangelo e ai suoi moltissimi “ignudi” della Cappella Sistina



In questo primo ordine, brulicante di puttini che sembrano vivi nel reggere festoni e frutta, Annibale pone nei quattro angoli delle logge con balaustre dove, stagliate nel cielo azzurro di Roma, emergono l'Amor celeste e quello terreno.
La libertà e la sensualità di queste immagini, rivelano che a casa del Cardinale Farnese era finito il rigore del Concilio di Trento ed era tornata a spirare, vitalissima, la cultura dell'antico e del Rinascimento. Giove e Giunone, marito e moglie, si avvicinano in atteggiamento intensamente erotico. 



Il secondo ordine, che costituisce la volta e appare abitato soprattutto da satiri, presenta una serie di "quadri riportati", tra cui spicca quello centrale con Il Trionfo di Bacco e Arianna



Il corteo nuziale avanza festoso con gli sposi seduti su due carri, uno dorato e trainato da due tigri per Bacco e uno argentato mosso da arieti per Arianna. I carri avanzano accompagnati da figure danzanti, eroti, menadi, satiri, Pan e Sileno, che recano strumenti musicali, stoviglie e ceste con cibarie, secondo la tipica iconografia della celebrazione dionisiaca.
Diversamente dalle altre scene della Galleria, il Trionfo è inquadrato da una finta cornice architettonica che simula lo sfondamento del soffitto nel cielo inondato di luce. In questa scena inoltre, si realizza la sintesi dell’antagonismo tra amore sensuale e spirituale, tema di tutta la Galleria Farnese.

Ai lati della scena centrale, le storie di Pan e Diana e Mercurio e Paride, inquadrate su cornici dipinte, dorate e marmoree 

Pan e Diana, tratto dalle Georgiche di Virgilio (Libro III, 391-392), narra come la casta dea sia stata sedotta da Pan con l’offerta di bianchissime lane, un riferimento alla volubilità delle cose dell’amore, oppure un’allusione ai doni in chiave nuziale.



Nel Mercurio e Paride, quest'ultimo è seduto sotto un albero in compagnia del suo cane, mentre scende dall’alto Mercurio che gli consegna il pomo d’oro, simbolo che l’eroe troiano utilizzerà nel celebre giudizio che da lui prende il nome e dal quale scaturirà la guerra di Troia. 
Mercurio, è un'altra citazione del personaggio raffaellesco nella Loggia di Psiche; come nel precedente della Farnesina, non è casuale infatti che Annibale metta in mano al messaggero degli dèi una tromba e non la consueta verga con serpenti.



A lavoro finito, non furono le scene in sé e il tema a destare più scalpore, ma la soluzione pittorica del grande artista che da subito, fece capire la portata innovativa di questa Volta compiutamente "italiana".

Annibale non è più il grande naturalista rivoluzionario, nutrito dalla pittura padana e veneziana del Cinquecento, ma è anche colui che, dopo il freddo e cerebrale Manierismo, ha saputo ridare vita al Rinascimento toscano e romano reinnestando in queste scuole la tradizione artistica del Nord Italia

Alla tradizione toscana del "disegno", fin'ora base dell'ideale classico culminato nella Volta Sistina di Michelangelo, Annibale sovrappone la cultura dello "studio dal vero", maturata all'Accademia dello zio di Bologna e nei viaggi tra Parma e Venezia. 



L'artista riscrive, ricalibra e reinterpreta la Volta di Michelangelo e lo studio diretto della scultura antica romana, per infonde la sensualità di Tiziano e la morbidezza degli incarnati di Correggio. 
Le operazioni di citazioni ben celate o palesi, nonché di riscrittura tutta personale, saranno motivo di grande fama per la Volta Farnese, guardata già nel secondo decennio del Seicento, come prototipo delle grandi volte barocche. 
Come risulta da varie fonti dell'epoca, dal 1605 circa, anno di conclusione della decorazione di Palazzo Farnese, Annibale cadde in uno stato di profonda depressione, forse causata dal pessimo trattamento che gli fu riservato da un ingrato  Odoardo per il suo lavoro, forse anche per disordini amorosi.

La melanconia di Annibale influì sulla sua ultima produzione, mai scadente, ma sicuramente più rada e in alcuni casi disomogenea dato il frequente ricorso ad aiuti

L'afflizione accompagnò Annibale alla morte avvenuta a Roma il 15 luglio del 1609, a soli quarantanove anni.