Caravaggio: Il Martirio di Sant'Orsola

Un testamento di Caravaggio a Napoli

Nel filmato (Potere e Bellezza. I Borbone,  2015), lo storico Paolo Cova presenta Palazzo Zevallos Stigliano di Napoli nella cui galleria, è conservata l'ultima opera dipinta da Caravaggio, Il Martirio di Sant'Orsola (1610).

Commissionato a Napoli dal banchiere e collezionista genovese Marcantonio Doria, la cui famiglia aveva per protettrice proprio Sant'Orsola, il dipinto fu eseguito da Caravaggio con molta rapidità, probabilmente perché in procinto di partire per Porto Ercole, dove avrebbe trovato la morte

In una lettera a Marcantonio Doria, scritta a Napoli il 1º maggio del 1610 da Lanfranco Massa, cittadino genovese e procuratore nella capitale partenopea della famiglia Doria, si legge:

Pensavo di mandarle il quadro di Sant'Orzola questa settimana però per assicurarmi di mandarlo ben asciuttato, lo posi al sole, che più presto ha fatto revenir la vernice che asciugatole per darcela il Caravaggio assai grossa: voglio di nuovo esser da detto Caravaggio per pigliar suo parere come si ha da fare perché non si guasti

La lettera, rinvenuta nel 1980, nell’archivio dei Doria, dallo storico dell’arte Vincenzo Pacelli, oltre a raccontare l'episodio del sole che da subito compromise la conservazione della tela, sancisce la paternità caravaggesca dell'opera, fino ad allora attribuita a Mattia Preti (1613-1699).


Caravaggio, Il Martirio di Sant'Orsola, 1610, olio su tela,140,5x170,5cm, Galleria di palazzo Zevallos, Napoli

Il dipinto fu spedito a Genova nel 1610 e rimase lì, in proprietà dei discendenti dei Doria, fino al 1832, anno in cui fu riportato a Napoli da Maria Doria Cattaneo. Dopo alcuni passaggi di mano, il quadro fu acquistato nel 1973 dalla Banca Commerciale Italiana, attuale gruppo Intesa Sanpaolo, oggi proprietario del dipinto.

Caravaggio dipinge l'attimo di storia, il momento tragico e culminante dell’uccisione di Orsola, appena trafitta dal dardo scagliato da Attila, a cui non voleva concedersi

Fino ad allora, nell’iconografia tradizionale di Sant’Orsola, la Santa era raffigurata coi soli simboli del martirio o in compagnia delle sue compagne uccise. Ancora una volta, Caravaggio sceglie di rappresentare il momento della morte e con una forte carica realistica, trasporta la vicenda nella dimensione terrena, senza alcun rimando alla santità o al martirio.

L'attimo dipinto da Caravaggio si svolge nella tenda del Re unno, che a stento, appare nel drappeggio sullo sfondo

Attila ha appena sferrato la freccia con l’arco, il viso è aggrottato in un’espressione sorpresa e forse di rimorso, un momento di umanità inattesa che rimane in ombra, a suggerire che sia troppo tardi per pentirsi. Sia Attila, sia i soldati, vestono abiti del Seicento.


Caravaggio, Il Martirio di Sant'Orsola, dett.

Sant’Orsola piega la testa in avanti verso la ferita, nel gesto istintivo di ritrarre indietro il petto, come se volesse osservare l’oggetto che l’aveva appena trafitta. Dietro di lei, a sorreggerla, tre cavalieri in abiti moderni e con lo sguardo stupito, come se non volessero credere a ciò che il loro capo ha appena compiuto.

Tra questi, l'autoritratto dello stesso Caravaggio, sorpreso in una smorfia di dolore

I personaggi emergono dall’oscurità attraverso un complesso gioco di luci. Sant’Orsola è investita da un bagliore bianco che accentua l'agonia. I carnefici sono lasciati nell’ombra, una tenebra non solo materiale, ma anche spirituale, come nella napoletana Flagellazione di Cristo (1607-'08), dove i persecutori vengono risucchiati dal buio (Caravaggio e i caravaggeschi a Capodimonte).


Caravaggio, La Flagellazione di Cristo, 1607-'08, olio su tela 286x213cm, Museo Nazionale di Capodimonte, Napoli

A seguito di un restauro eseguito nel 2005, è venuto alla luce il  “pentimento” di una mano dipinta tra Attila e Sant’Orsola. Tante le ipotesi degli studiosi: è la mano di Caravaggio che avrebbe voluto sventare l’esecuzione ? O forse l’intervento divino giunto ormai troppo tardi ?, O semplicemente, la mano è un errore dell’artista, un "ripensamento" privo di significato e accuratamente rimosso.