Guido Reni e la scuola dei Carracci a Roma

Da Palazzo Farnese al Casino dell'Aurora

È a Roma che, nei primissimi anni del Seicento, si consuma una rivoluzione pittorica destinata a cambiare il volto della storia dell'arte. Due giovani artisti provenienti dall'Italia del Nord, Annibale Carracci e Caravaggio, rompono con la tradizione manierista e costruiscono un linguaggio nuovo e dirompente. I loro allievi e seguaci lo esportano velocemente in tutta Italia e in tutta Europa: è una sorta di Rinascimento che prepara la strada dell'arte moderna dell'Otto e Novecento
Tommaso Montanari

Nel filmato qui proposto (Passepartout. Carracci che sorpresa, 2006), Philippe Daverio introduce la Roma pre-barocca, attraverso una veloce visita alla Volta Farnese di Annibale Carracci (Annibale Carracci e Palazzo Farnese a Roma) e al Casino dell'Aurora, affrescato da un seguace dei Carracci, il pittore Guido Reni (1575-1642).
Se il pathos drammatico e teatrale del Barocco proviene delle tele di Caravaggio, il recupero e la rilettura dell'ideale classico, rinvigorito dalla lezione della pittura veneta e parmense, è opera dei Carracci e in particolare di Annibale (Annibale Carracci: Natura e Ideale), il principale divulgatore a Roma di una poetica che sarà centrale per la pittura Barocca. 
Nel 1595, Annibale lasciava Bologna per stabilirsi a Roma. Qui, rimase per un lungo periodo al servizio del cardinale Odoardo Farnese, per il quale dipinse il soffitto del Camerino (1595-1597) di Palazzo Farnese e con il fratello Agostino, la Volta della Galleria (1597-1601 ca.). 


Annibale Carracci, Bacco e Arianna, 1597-1601 ca., Galleria Farnese, Roma

Prendendo a modello il soffitto della Cappella Sistina di Michelangelo, Annibale combinava un abile trompe-l'oeil con le forme idealizzate della scultura classica e della pittura rinascimentale. I quadri riportati, sovrapposti a finti medaglioni e sculture, in un gioco continuo di illusioni ed immagini inneggianti il mito dell'Amore, celebravano il matrimonio tra Ranuccio Farnese, fratello di Odoardo, e Margherita Aldobrandini (Annibale Carracci e Palazzo Farnese a Roma). 

Da Piazza Farnese, Daverio si sposta sul colle del Quirinale, all'interno del prezioso complesso architettonico di Palazzo Pallavicini Rospigliosi sorto, per volere di cardinal Scipione Borghese, nipote di Paolo V, sulle rovine delle Terme di Costantino

Cardinal Borghese, che concepì la grande dimora per tenere la famiglia vicina alla residenza papale, affidò il progetto a Flaminio Ponzio al quale succedette, nel 1613, l'architetto Carlo Maderno. Il giardino del complesso, con il Casino dell'Aurora, fu invece progettato dall'architetto fiammingo Giovanni Vasanzio (1550-1621), tra il 1612 e il 1613. 


Palazzo Pallavicini Rospigliosi, stampa del '700

Il Casino, oggi gioiello del barocco romano in cui il cardinale poteva ritirarsi a riposare meditando sui dipinti della sua straordinaria collezione, è un ambiente centrale con loggia che conserva gli affreschi di Guido Reni, Cherubino Alberti, Paolo Bril e Antonio Tempesta e nelle due sale laterali, Giovanni Baglione e Domenico Cresti detto il Passignano.
Vasanzio riuscì a raggiungere un equilibrio perfetto tra l'orditura architettonica e la ricca decorazione della facciata, incastonata, come prassi nelle ville romane del Cinquecento, da lastre di sarcofagi del Secondo e Terzo secolo d.C., che narrano antiche storie mitologiche sui temi di amore e morte e dell'immortalità dell'anima. 


Guido Reni, L'Aurora, dett. affresco, 1613-1614, Casino dell'Aurora Pallavicini, Roma 

Le ampie vetrate che delimitano il corpo centrale della facciata alleggerendo con trasparenze interno ed esterno dell'edificio, esaltano la sala sulla cui volta spicca l'affresco de L'Aurora di Guido Reni, eseguito fra il 1613 e il '14.

L'Aurora di Reni, una delle opere più famose da sempre riprodotta ovunque a stampa, spicca al centro del soffitto, dentro una grande cornice in stucco, opera di Ambrogio Buonvicino

Reni concepì l'immagine come un "quadro riportato", cioè senza tener conto del fatto che andasse vista da sotto in su, pertanto, non si avvalse di alcuna prospettiva di scorcio e per la giusta godibilità dell'affresco, contemplò l'uso di uno specchio. Daverio fa notare come questo espediente di fruizione, giustificasse Apollo sul carro d'oro del Sole che tiene le redini con la mano sinistra, conclusione alla quale era arrivato Federico Zeri (Federico Zeri e Guido Reni). 



Dal mare azzurro, la luce del Sole sorge preceduta da Aurora, figura che si libra nell'aria avvolta di veli leggeri contrastanti con il cupo violetto delle nubi e dell'arancio luminoso proveniente della luce nascente dei primi raggi.

Aurora caccia verso destra l'oscurità della notte e su paesaggi azzurri e preziosi, solcati da piccole vele bianche, arcipelaghi, montagne lontane e verdi alture, diffonde il rosa e l'arancio del nuovo giorno spargendo fiori che rompono la cupa oscurità del velo notturno 

Fra Aurora ed il carro, un putto alato, il Crepuscolo, porta una fiaccola dalla fiamma rossiccia. 
Sul carro, il giovane Apollo è avvolto da un ampio e roteante mantello; la pelle rosea, i lineamenti delicati, la luce calda del carro che avvolge i giovani corpi di fanciulle danzanti attorno al Sole, sono le Ore. 



Il carro è tirato da quattro focosi cavalli, allineati in un unico volume, mentre spiccano un balzo leggero nell'aria; il manto di diverso colore degli animali, indica i differenti gradi di luce che precedono l'apparire del Sole. 

L'affresco dell'Aurora supera la convenzionalità di una composizione di maniera per il coraggioso contrasto fra le dominanti complementari di arancio e azzurro, una lezione tutta veneziana 

Il modellato delle figure e la luminosa espressività dei volti, richiama la scuola dei Carracci e in particolare Ludovico di cui Reni fu allievo. La grazia delle figure inoltre, deve tutto a Raffaello di cui l'artista bolognese fu, tra tutti gli allievi dell'Accademia caraccesca, il massimo interprete. Reni, nel suo primo soggiorno romano, portava con sé una copia dell'amatissima Santa Cecilia, opera dell'urbinate ubicata a Bologna (Raffaello).


Raffaello, L'Estasi di Santa Cecilia fra i Santi Paolo, Giovanni Evangelista, Agostino e Maria Maddalena, 1518, Pinacoteca di Bologna

L'Aurora, una delle imprese più felici di Reni, è espressione di quell'"ideale classico" maturato dall'artista nel suo secondo soggiorno a Roma. L'artista bolognese, infatti, era già stato nella città dei Papa una prima volta tra il 1599 e il 1601 circa, quando Annibale ultimava nella volta Farnese la felice rilettura creativa del classicismo tosco-romano. 
Tornato in patria, Reni portò con sé le recenti conquiste di Annibale, tuttavia, il giovane artista fu brevemente catturato da Caravaggio visto a Santa Maria del Popolo, come dimostra nella sua Deposizione di San Pietro.


Guido Reni, Crocifissione di San Pietro, 1604-1605, olio su tavola, 305x171cm, Pinacoteca Vaticana, Roma

Nel 1608, Reni tornava a Roma grazie alla stima che aveva guadagnato, per ironia della sorte, dal più acerrimo dei nemici di Caravaggio, il manierista Cavalier d'Arpino (1568-1640) che lo introduceva presso la corte pontificia e l'aristocrazia della città, da cui arrivarono numerosi incarichi. 
Nei cicli di affreschi che si susseguono, la Sala delle Nozze Aldobrandine e quella delle Dame in Vaticano (1608-1909), quelli di San Gregorio al Celio, la decorazione della Cappella dell'Annunciata in Quirinale, fino alla Cappella Paolina in Santa Maria Maggiore, Reni definisce il suo particolarissimo linguaggio di bellezza solenne e idealizzata, penetrando a fondo con velata nostalgia, il mondo antico e del Rinascimento. 

Nei secoli a venire, numerosi sono stati i critici d'arte, i poeti e gli scrittori, che hanno citato in termini encomiastici l'affresco de L'Aurora, emblema ed apice dell'"ideale classico" di Reni 

L'ideale classico seicentesco, un felicissimo equilibrio tra imitazione ed idealizzazione,  portò Reni a creare non solo uno stile, ma anche dei veri e propri tipi iconografici di Santi, Madonne e altro, tipologie che domineranno il gusto europeo fino all'Ottocento.
La critica del tempo ha esaltato e celebrato la pittura di Reni per la bellezza ideale e raffinata, alla Raffaello e Correggio, di moda nel Seicento. Alla sua morte, Reni era considerato, con Rubens, il massimo artista europeo, per quanto oggi sia faticoso comprendere pienamente le sue immagini perché, come sottolineava Federico Zeri, la difficoltà odierna è di capire uno stile troppo tendente all'oleografia.

APPROFONDIMENTO
Alessandro Zuccari presenta Guido Reni 

Guido Reni (1575-1642) è stato un grande pittore bolognese del Seicento, attivo principalmente tra Bologna e Roma. Figlio di un musicista, il giovane seguì inizialmente le orme paterne, ma presto le lasciò per la pittura, arte della quale imparava i primi rudimenti nella bottega del fiammingo e manierista Denijs Calvaert (1540-1619), nella quale conobbe anche Francesco Albani e Domenichino. Reni tuttavia fu tra i primi allievi dell’Accademia dei Carracci, dove entrava già nel 1582, quando era ancora chiamata Accademia del Naturale. 
Nel 1598, prima dl suo viaggio a Roma, Reni è già un pittore affermato; in quell’anno realizza Incoronazione della Vergine e Santi, per la Chiesa di San Bernardo (Bologna, Pinacoteca Nazionale) e vince la gara per gli affreschi allegorici sulla facciata del Palazzo del Reggimento (oggi Palazzo Comunale; affreschi perduti nell’Ottocento), eseguiti in onore della venuta di Clemente VIII a Bologna. 
Nel 1599, giunse a Roma per la prima volta e nel decennio successivo, vi farà più volte ritorno definendo così uno stile personalissimo che, dal naturalismo emiliano e le nuove idee caravaggesche, approderà alla definizione di un classicismo perfetto, quasi olografico, per poi approdare, negli ultimi anni, a una dissoluzione di forme e colori pari all'ultimo Tiziano. 
Molti i capolavori del Reni: il Martirio di Santa Cecilia (Basilica di Santa Cecilia in Trastevere), la Crocifissione di San Pietro per l’Abbazia delle Tre Fontane (Pinacoteca Vaticana), il Martirio di Sant’Andrea e Eterno in gloria (San Gregorio al Celio), la decorazione della Sala delle Nozze Aldobrandine e della Sala delle Dame del Palazzo Apostolico Vaticano, quella per la Cappella Paolina in Santa Maria Maggiore, la Strage degli innocenti e Sansone (Pinacoteca Nazionale, Bologna), l'Atalanta e Ippomene (Museo di Capodimonte, Napoli).