Francesco Hayez: la Storia, i protagonisti e le donne
Un viaggio tra Venezia, Roma e Milano
In questo servizio per Rai Cultura, Isabella Marelli (per molti anni curatrice presso la Pinacoteca di Brera), presenta Francesco Hayez (1791-1882), il più noto artista romantico portavoce dei nuovi ideali del Risorgimento attraverso la sua pittura di soggetto storico ispirata, prevalentemente, al Medioevo e alla grande tradizione italiana Quattro e Cinquecentesca.Diversamente dai francesi Géricault e Delacroix, il veneziano Francesco Hayez, a soli ventinove anni, era già osannato come il campione del Romanticismo italiano
La straordinaria padronanza nell'uso delle tecniche, dalla pittura ad olio, all’affresco, fino alla moderna litografia e l'altrettanta capacità di misurarsi e vagliare l'arte degli antichi maestri, da Raffaello (Raffaello) a Tiziano, nonché quella di Antonio Canova (Antonio Canova) che fu il suo primo sostenitore, ne fanno l'ultimo interprete della grande tradizione pittorica italiana.Hayez ha vissuto tanti successi, onori di critica, commissioni pubbliche e private, una schiera di allievi al suo servizio pari a pochi artisti ottocenteschi
Pur rimanendo legato nel disegno e nella forma al Neoclassicismo, Hayez ha rinnovato la “pittura di storia” con la scelta di soggetti inediti, ravvivata dal gusto filologico per l’ambientazione e il costume, nonché il raffinato e sapiente uso del colore di tradizione veneziana.Tutte le sue opere, dalla prima datata 1806, fino all'ultimo quadro realizzato a novanta anni, rivelano un singolare stile espressivo ed una volontà unica di interpretare i vari temi del Romanticismo italiano
In ambientazione medievali l’artista traduce gli ideali di libertà di un Paese alla ricerca della propria identità politica e culturale, gli stessi promossi da Alessandro Manzoni (1785–1873), Gioachino Rossini (1792–1868) e dal più giovane Giuseppe Verdi (1813–1901), figure con le quali Hayez ha un rapporto privilegiato. Di Manzoni, interpreta la cifra descrittiva del “romanzo storico”, lo studio degli atteggiamenti, la ricerca dei costumi, la ricostruzione degli ambienti; di Verdi invece, traduce l'inedita tensione emotiva espressa dal compositore nei suoi melodrammi e ben visibile nell’impianto corale delle molte tele a soggetto storico realizzate nella maturità. Pensiamo alla seconda versione dei “Vespri siciliani” (1846), o alle tele di ambientazione veneziana come "Vittor Pisano liberato dal carcere" (1867) e "Gli ultimi momenti del doge Marin Faliero sulla scala detta del piombo" (1867), o anche all’episodio di cronaca “I profughi di Parga” (1831), fino alla tela con quasi cento figure, metafora delle angherie austriache e vessillo dei valori risorgimentali, dal titolo “La distruzione del Tempio di Gerusalemme” (1867). Hayez partecipa alla causa risorgimentale tanto che nel suo “Autoritratto a cinquantasette anni” (1848), si firma italiano di Venezia nel 1848” (Hayez: l’amore romantico per la giovane Italia).La sua “pittura di storia” interpretava i nuovi sentimenti dell’alta borghesia riformista e liberale frequentatrice dei circoli patriottici milanesi
La notorietà del “Bacio”, opera iconica con la quale è tutt’oggi identificato (Hayez e l’icona del “Bacio”), determinò una rapida dimenticanza critica della sua straordinaria “Pittura di storia”, ma anche dei bellissimi ritratti psicologici e dei nudi femminili pareggiabili solo agli esiti più alti di Dominique Ingres (1780-1867).Hayez è morto a 91 anni, ha attraversato praticamente un secolo di pittura, ha assistito a molti cambiamenti del gusto, senza mai cedere nell'impareggiabile stile, bensì affinando ispirazione e tecnica e cimentandosi nei più diversi generi"
Fernando Mazzocca
Francesco Hayez nasceva a Venezia nel 1791 da una famiglia poverissima di quattro figli; vive un’infanzia segnata da vicissitudini e sofferenze, tanto che da piccolo è affidato a un'agiata zia materna di Milano, sposata con un antiquario e collezionista di opere d'arte.L'opera di Hayez verrà riscoperta solo negli anni Ottanta del Novecento, nell'ambito del generale recupero della cultura accademica ottocentesca
Dato il precoce talento artistico del giovane gli zii lo indirizzarono all'esercizio della pittura, per poi passare alla scuola di Francesco Maggiotto, dove acquista una vasta cultura figurativa e letteraria, divorando libri di storia e mitologia, assieme allo studio dei grandi maestri veneti del Settecento, da Tiepolo (Giambattista Tiepolo), a Ricci e Piazzetta.
Terminato l'apprendistato, lo zio decise di valorizzare le doti del nipote assegnandolo alla guida di Filippo Farsetti, un collezionista che aveva radunato presso il proprio palazzo sul Canal Grande una considerevole raccolta di gessi, tratti dalle statue antiche più famose. Hayez dedicò buona parte del suo tempo alla copia dei modelli in gesso, mentre la sera si recava alla scuola di nudo presso la vecchia Accademia di Belle Arti di Venezia: già nel 1805 confermò una fama in ascesa vincendo il Primo Premio per il disegno di nudo.
Nel 1806, Hayez è ammesso all’Accademia di Venezia e mentre la Serenissima cadde nell'orbita francese, la sede dell’istituzione viene spostata nel “Complesso della Carità” il cui presidente, dal 1808, il conte Leopoldo Cicognara, darà un impulso decisivo alla fortunata ascesa del giovane indirizzandolo al corso sulla “pittura di storia”, genere fondamentale per la sua futura carriera artistica.
Hayez approda nell’Urbe accompagnato dallo zio, ma soprattutto da una serie di lettere redatte dal Cicognara e dirette a Canova che lo accoglie calorosamente aprendogli le porte delle maggiori collezioni romane: dai “Musei Capitolini” al “Chiaramonti”, Hayez studia la statuaria greco-romana e per tramite di Vincenzo Camuccini, vede le “Stanze Vaticane” e ammira il pittoricismo plastico di Raffaello.Nel 1809, grazie a Cicognara, Hayez vince una borsa di studio per Roma della durata di quattro anni
A quest'intensa attività di perfezionamento artistico, Hayez alternava gli svaghi e le frequentazioni concesse dalla vita di una Roma ricca di fermenti, suggestioni culturali e nuovi cantieri napoleonici, dove lavoravano promesse e artisti affermati del Neoclassicismo come Felice Giani (1758-1823) e tra tutti, il grande francese Ingres.
Incoraggiato da Canova, Hayez partecipava nel 1812 a un concorso bandito dall'Accademia di Brera per la realizzazione di un'opera d'arte incentrata sull'impegnativo tema classico del “Laocoonte” (1812). Il giovane realizzò una tela dalle solide qualità pittoriche, ma la giuria lo premiò ex aequo con una ben più modesta opera di Antonio De Antoni, protetto dall'influente Andrea Appiani (1754-1817), membro dell'Accademia lombarda e Primo pittore di Napoleone Bonaparte.
Francesco Hayez, Rinaldo e Armida, 1813, olio su tela, altezza: 197,5x296,5cm., Gallerie dell’Accademia, VeneziaNel 1813, mandò all'Accademia di Venezia, come saggio finale dell'alunnato triennale, la grande tela di “Rinaldo e Armida” (1813), prendendo spunto dal capolavoro di Torquato Tasso, la “Gerusalemme liberata” (La Stanza di Tasso nel Casino Giustiniani Massimo). Per la generazione dei giovani romantici che volevano cambiare il mondo, l’illustre poeta e drammaturgo infelice, perseguitato e solitario, nel primo Ottocento diventava un punto di riferimento fondamentale agendo nell’immaginario visivo attraverso le sue eroine ed eroi che inseguono grandi ideali. La tela, pur di un classicismo canoviano Neoclassico, è permeata di spirito romantico nei caldi accordi coloristici rielaborati della lezione di Tiziano. Molto gradita agli accademici veneziani, Hayez coronò le speranze del suo mentore vincendo anche il Primo premio del concorso del “Mecenate Anonimo”, indetto dall'Accademia di San Luca, con la realizzazione di “Atleta trionfante”, un’opera tutta riferita alla statuaria di Canova.
Accolto da Giuseppe Tambroni, console al servizio del Regno Italico, nell'elegante Palazzo Venezia, Hayez intraprese una relazione con la giovane figlia del maggiordomo dell'ambasciata, una donna sposata. L'intera vicenda suscitò scandalo e per sopire i dissapori, Canova impose al proprio protetto di lasciare Roma per Firenze, dove però rimase ben poco, chiamato da Gioacchino Murat nel 1814.In questi anni romani, per la prima volta, Hayez si innamora follemente
Tornato a Roma, continuò a realizzare opere ispirate alla storia e ai miti romani, nonché ad impegnarsi in imponenti affreschi. Tutto sembrava andare per il meglio, come auspicato dai suoi importanti mentori, ma ancora una volta, il giovane si innamorava di Vincenza Scaccia che sposava nel 1817, facendo ritorno a Venezia.
Per motivi economici, Hayez accolse la proposta dell'amico Giuseppe Borsato per lavorare nelle vaste imprese decorative delle più prestigiose dimore veneziane e padovane. Dal 1818 al ’21, venne febbrilmente assorbito nell'attività di decoratore, ma presto capì che, malgrado la buona remunerazione, l’attività poco qualificante dal punto di vista culturale lo allontanava dai suoi interessi e in primis, quello per la “pittura di storia”.
Francesco Hayez, Pietro Rossi prigioniero degli Scaligeri, 1818-1820, olio su tela, 131x157,5cm., Pinacoteca di Brera, Milano“Pietro Rossi, signore di Parma, spogliato dei suoi domini dagli Scaligeri, signori di Verona, mentre è invitato nel castello di Pontremoli, di cui stava a difensore, ad assumere il comando dell’esercito veneto, il quale doveva muoversi contro i di lui propri nemici, viene scongiurato con lagrime dalla moglie e da due figlie a non accettare l’impresa” (1818-1820).
Dal titolo lunghissimo e didascalico, il dipinto a cui lavorò due anni, presentato a Brera nel 1820 e detto comunemente “Pietro Rossi prigioniero degli Scaligeri”, venne acclamato come il “Manifesto del Romanticismo italiano”, un esempio contemporaneo di virtù e sacrificio nell’Italia preunitaria e patriottica che lottava contro l’Impero Asburgico. Emblema di una nuova sensibilità, il dipinto di Hayez è contemporaneo alla tragedia di Alessandro Manzoni il “Conte di Carmagnola” (1816-1819), pubblicata proprio nel 1820, dove lo scrittore e poeta condannava aspramente le discordie italiane che impedivano l'unificazione della Patria.
Nella penombra di un austero castello medioevale, il capitano di ventura Pietro Rossi sta al centro, pensieroso e in un momento di incertezza: deve scegliere tra gli affetti familiari, di fronte a una moglie genuflessa e alle figlie piangenti e il dovere della battaglia a cui è chiamato dal suo Doge, tramite un messaggero veneziano che lo invita a prendere il comando delle truppe.Hayez crea la scena di un ambiente di architettura gotica, i costumi, le armature e la mimica esasperata dei protagonisti già rispondono ad esigenze teatrali
Giuseppe Mazzini definì “Pietro Rossi” un’opera di emancipazione dell’artista verso ideali rivoluzionari, una rivoluzione che Hayez affrontava anche da un punto di vista stilistico: in una lettera a Canova, infatti, il pittore spiegava come il Medioevo aveva prevalso sul Neoclassico, così che i suoi modelli di riferimento per gruppi e personaggi si riferivano a quel “vero” della pittura veneta tardo quattrocentesca (Giovanni Bellini, Vittore Carpaccio, Cima da Conegliano), capace di ricercate cromie, nonché di suggerire la materia di stoffe e metalli. Solo la figlia del condottiero sul lato destro è un omaggio a “L’Italia piangente” del Monumento funerario ad Alfieri (1809-1810), del maestro Canova.Partito per la guerra contro gli Scaligeri, Pietro Rossi non farà più ritorno
Nel suo saggio, “La pittura moderna italiana” (1841), Mazzini consacrava “il genio democratico dell’Hayez”, capace con la sua pittura originale di interpretare il nuovo pensiero romantico italiano del primo Ottocento.
Nella città meneghina, Hayez entra in contatto con i numerosi esponenti della nuova temperie romantica, collezionisti, musicisti, scrittori e poeti importanti e in poco tempo, non sa più come rispondere alle commissioni che gli piovono da tutte le parti.Oramai, Hayez aveva compreso che avrebbe dovuto lasciare Venezia e recarsi a Milano, capoluogo di grandissimo fervore artistico che offriva maggiori opportunità
Nel 1823, Hayez fu designato supplente di Luigi Sabatelli alla cattedra di “pittura di storia” dell’Accademia di Brera; iniziava così anche la carriera di insegnante che per tutta la vita lo accoglierà nella prestigiosa istituzione.
Hayez divenne milanese per vocazione, non si allontanerà mai dalla città e anche il progetto di fare ritorno a Roma, soprattutto dopo la morte di Canova nel 1822, scompare.
Per l’artista fu il “più bel momento” della sua vita, come affermava nelle sue “Memorie”; a Milano, Hayez si prodigò nella stesura di una moltitudine di opere sperimentando generi diversi e gettando le basi per la maturità.
Al filone di soggetto storico, Hayez accostò anche una copiosa produzione ritrattistica con risultati di notevole importanza che guardavano agli esiti veneti di Tiziano e Morone, maestri dell’introspezione psicologica.
Esempi notevoli, le inedite soluzioni stilistiche, quasi di spoglio realismo davidiano, adottate per il “Ritratto del conte Arese in carcere” (1828), per quello di “Alessandro Manzoni” (1841), di "Massimo d'Azeglio” (1864) o di “Gioacchino Rossini" (1870). A questo stile asciutto, si alternano immagini più gioiose e quasi settecentesche di ritrattistica infantile (Ritratto della contessina Antonietta Negroni Prati Morosini, 1858), fino ai moltissimi ritratti introspettivi del gentil sesso sul quale l’artista posava il suo sguardo curioso. La sua smisurata immaginazione arriva a concepire anche una serie di disegni erotici dedicati a Carolina Zucchi, una delle sue amanti clandestine.Sono ritratti a sfondo scuro dal quale emergono le figure che attraverso sguardi intensi catturano lo spettatore
Francesco Hayez, Consiglio alla vendetta, 1851, olio su tela, 237x178cm., Liechtenstein Museum, ViennaA fine anni Quaranta, Hayez abbandona in parte le tematiche finora molto care di soggetti medioevali e personaggi di grandi famiglie aristocratiche, per avvicinarsi a storie ambientate a Venezia, città caduta in una sua affascinante “decadenza” vista, agli occhi della cultura europea, come un “palcoscenico” di intrighi amorosi e politici.
Lo stesso tema, lo ritroviamo in "Senso” (1888), racconto di Camillo Boito che tanto peso ha avuto nella narrativa di fine Ottocento intrisa di passione travolgente e vendetta, fino al binomio amore e morte.Interpreti del suo “Trittico della Vendetta” sono ancora le donne, nuove protagoniste dell’epoca, figure che da “Odalische” ora diventano allegorie di una Venezia seduttiva, in conflitto tra ragioni di cuore e ragion di Stato
L’ideazione iconografica del "trittico" fu elaborata da Hayez con l'amico poeta e collezionista triestino Andrea Maffei, il quale negli anni di realizzazione delle tre opere, lavorava a due romanze sul tema tardo-romantico della delazione per motivi amorosi, pubblicate nel 1858, quindi posteriormente all'esecuzione delle tele.

Francesco Hayez, Accusa segreta, olio su tela, 1847-1848, 153x120cm., Musei Civici, Pavia
Del “trittico” fanno parte, l'antefatto (Il consiglio alla vendetta, 1851), esposto a Brera nel 1851, in cui la perfida Rachele consiglia all'amica Maria la vendetta nei confronti dell'amante che l'ha tradita, il fatto, che vede Maria agire (Accusa segreta, 1847-1848) e il compimento della rivalsa ("Vendetta di una rivale” o anche “Le veneziane", 1853).
Delle tre, l'opera più riuscita è “Accusa segreta” (1847-1848), la prima ad essere realizzata che mostra una giovane e sensuale donna dalla generosa scollatura, sullo sfondo architettonico gotico di Venezia. La giovane trattiene una maschera, che si è appena levata, con un lembo di veste stropicciata in raso verde cangiante. Velata e discinta, dal volto arrossato e solcato da lacrime, la donna appare tormentata da un duplice sentimento di amore e odio nei confronti dell'amante che l'ha tradita. Colta nel momento in cui protesa in avanti verso lo spettatore, la giovane si guarda alle spalle mentre ha deciso di deporre nella bocca del leone, scolpito sulla sinistra, un foglio, sul quale accusa il suo amante presso il Tribunale dell'Inquisizione di cospirare contro la Serenissima: sulla carta si legge l’intestazione.
Il capolavoro spicca dal punto di vista formale, soprattutto per la ricercata analisi luministica e cromatica; in maniera impeccabile, il pennello di Hayez staglia in controluce i contorni della silhouette sullo sfondo ombroso di Palazzo Ducale, come in una scena di teatro.La celebre gola di leone presente a Palazzo Ducale di Venezia era destinata ad ingoiare le denunce di delatori anonimi contro i cospiratori
La freschezza inventiva e l'introspezione psicologica rendono la tela di qualità elevata: dal taglio scenografico dell'ambientazione architettonica, alla rappresentazione virtuosistica dei tessuti, spiccano la trasparenza del velo nero e la preziosità della seta cangiante dell'abito stropicciato.

Francesco Hayez, La vendetta di una rivale, 1853, olio su tela, 234 x 175cm., ubicazione sconosciuta
“Accusa segreta” entrava nelle collezioni dei musei pavesi nel 1919, a seguito della donazione di Maria Marozzi, figliastra dell'ingegner Giuseppe Marozzi, ricco possidente terriero, mecenate e cultore d'arte che, a metà Ottocento, organizzava una prestigiosa raccolta acquistando e commissionando importanti dipinti di artisti a lui contemporanei.
FOTO DI COPERTINA
Francesco Hayez, dettaglio di Accusa segreta, olio su tela, 1847-1848, 153x120cm., Musei Civici, Pavia