Hayez: l'amore romantico per la giovane Italia

Hayez: l'amore romantico per la giovane Italia

Art Night, 2025

Hayez: l'amore romantico per la giovane Italia
Scritta da Valeria Schiavoni per la regia di Barbara Pozzoni e introdotta da Neri Marcoré, la puntata della serie “Art Night” dedicata a Francesco Hayez (1791-1882) dà voce a scrittori, conservatori, bibliotecari, storici e storici dell’arte, studiosi di importanti istituzioni italiane (Marco Carminati, Elena Lissoni, Omar Cucciniello, Alessandra Quarto, Matteo Vacchini, Carlo Bazzani, Giorgio Picozzi, Valentina Ferrari, Angelo Crespi, Alberto Mattioli, Roberto D’Adda, Anna Mariani), a cominciare da Fernando Mazzocca che, nel 1984, fece il primo catalogo ragionato sull’artista. Nella corale puntata interviene anche lo scenografo, costumista e regista Pier Luigi Pizzi, collaboratore e autore di opere teatrali dedicate a Giuseppe Verdi e qui riproposte in repertori della Scala di Milano (I due Foscari, di Luigi Pizzi, 1988; Nabucco, di Luca Ronconi, 1977).

La biografia del fortunato artista veneziano, naturalizzato milanese, alterna alle interviste spezzoni di sceneggiati storici e fiction Rai su soggetti ottocenteschi che mostrano in maniera efficace il vivace clima culturale milanese

Tutta un’élite di spicco frequentata da Hayez, da Alessandro Manzoni a Giuseppe Verdi, che si riuniva nei salotti borghesi e al Teatro della Scala per promuovere la “causa Risorgimentale” a cui l’artista dava immagine nelle sue immense tele di soggetto storico. Dai “Promessi Sposi” (1967) e “Le mie prigioni” (1968) di Sandro Bolchi, fino a “Le cinque giornate di Milano” (1970) di Leandro Castellani e “Verdi” (1982) di Renato Castellani, la cultura della Milano dell’epoca prende forma nei personaggi, nei costumi e nelle ambientazioni tanto care all’artista.
Il documentario, girato su concessione del Ministero della Cultura (MIC) presso i maggiori musei e collezioni che conservano opere e documenti su Hayez a Milano (Pinacoteca di Brera, Accademia Belle Arti, Museo Poldi Pezzoli, Galleria d’Arte Moderna, Biblioteca Nazionale Braidense, Fondazione Cariplo, Gallerie d’Italia), Venezia (Gallerie dell’Accademia), Brescia (Pinacoteca Giorgio Martinego, Museo del Risorgimento Leonessa d’Italia), Firenze (Gallerie degli Uffizi), Verona (Galleria d’Arte Moderna Achille Forti) e Lodi (Biblioteca e Archivio storico del Comune di Lodi), indaga le molteplici attività dell’artista, pittore ma anche disegnatore e litografo, dunque un uomo che colse le potenzialità delle nuove tecniche moderne, tra cui, anche la fotografia della quale si valse per alcuni i suoi ritratti. 
Con l’Accademia di Brera a Milano, Hayez ebbe un rapporto privilegiato per tutta la vita: nel 1822 diventava supplente per la cattedra di “Pittura di Storia”, maturando poi il grado di professore ordinario fino alla morte. A Brera, infatti, grazie ai nipoti dell’artista, confluì l’intera biblioteca di Hayez insieme ad oltre novecento disegni, tra taccuini e fogli sciolti. 


Francesco Hayez, Autoritratto in un gruppo di amici, 1824-1827, olio su tela, 32,5×29,5cm., Museo Poldi Pezzoli, Milano

Il carattere e l’indole di un uomo sicuro di sé che ha scalato le vette pur provenendo da una famiglia molto povera, da avvio al racconto attraverso gli innumerevoli autoritratti di un artista definito “narcisista”, che si ritrae fin dai suoi sedici anni.
In “Autoritratto in un gruppo di amici” (1824-1827), piccolo quadro destinato a una fruizione privata, Hayez ritrae sé stesso giovane in primo piano, con gli occhialetti sul naso e sullo sfondo, quattro amici. Identificati da Mazzocca, riconosciamo il poeta Tommaso Grossi (a destra), affiancato dal pittore Giuseppe Molteni, con il cilindro e sopra di lui Pelagio Pelagi, l'unico a rivolgere lo sguardo verso l'osservatore mentre, alla destra di Hayez, appare il vedutista Giovanni Migliara. I cinque, esponenti della nuova stagione del Romanticismo, erano tutti frequentatori delle esposizioni braidensi. 
Di sicuro, Hayez meditò su archetipi classici, primo fra tutti, “Autoritratto con altri artisti” (1602-1604) di Paul Rubens, dal quale desume il taglio ravvicinato e l'idea compositiva nella posa di tre quarti. 

Da un punto di vista tecnico, “Autoritratto di gruppo” presenta un moderno contrasto tra i volti degli effigiati, meticolosamente definiti fino alla peluria dei visi e il “non finito” degli abiti e dei busti appena accennati

Al Poldi Pezzoli di Milano è conservato anche “Autoritratto di Francesco Hayez con tigre e leone” (1831), un curioso dipinto del pittore che si ritrae in veste di artista davanti a una gabbia di felini, dei quali esistono numerosi bozzetti dal vero. Esposto a Brera nel 1831, l’opera è sicuramente allusiva dello stato d’animo irrequieto di un artista che si sentiva “chiuso in gabbia”. 

Francesco Hayez, I due Foscari, 1838-‘40, olio su tela, 233x165cm., Gallerie d’Italia, Milano

Tra i molti autoritratti, più o meno ufficiali, spiccano quelli dove l’artista si ritrae tra i protagonisti delle sue opere: in  “L'ultimo abboccamento di Jacopo Foscari con la propria famiglia” (1838-1840), detto anche “I due Foscari”, Hayez veste i panni del Doge. Lo scenografo e regista Pier Luigi Pizzi, nel sottolineare l’importanza sociale del teatro nella Milano ottocentesca, testimonia di essersi ispirato proprio alla pittura di Hayez per la messa in scena “del rosso” nel “Nabucco” di Luca Ronconi (1977). 
La pittura classica di Hayez, precisa e filologica nei costumi e nelle ambientazioni, ha avuto un ruolo importantissimo nel Novecento; molti registi e autori hanno guardato le sue ricostruzioni storiche, a partire da Luchino Visconti con “Senso” (1954), nella scena del “bacio” tra Alida Valli e Farley Granger, ripresa dal quadro omonimo dell’artista.   
Nei “Due Foscari”, il Doge con un ampio gesto drammatico condanna il figlio ad obbedire alla decisione del Consiglio dei Dieci, mentre si appoggia al suo bastone tremante di emozione. Attorno a lui, le donne, il nemico Loredano e i bambini, mentre sullo sfondo, spicca il gotico portico di Palazzo Ducale che inquadra il paesaggio lagunare con le navi pronte a partire.
Ripreso da “Histoire de la République de Venise” (1819) di Pierre Daru, il dipinto fu commissionato nel 1838 dall'imperatore Ferdinando I d'Austria per la “Galleria del Belvedere” di Vienna.

Presentato all'Esposizione di Belle Arti di Brera nel 1844, la critica lo acclamò come uno dei vertici più alti della produzione di Hayez

Abile nel riprendere un episodio storico di tradizione veneziana, l'artista articola in una composizione di sapiente regia teatrale, una scena scandita dal ritmo incalzante di sguardi, gesti ed espressioni di “affetti” giocati su uno studiato contrappunto. Il tema, inoltre, che aveva un fondamentale precedente nella tragedia omonima di Lord Byron (I due Foscari, 1821) ispirerà la visione melodrammatica di Giuseppe Verdi nei suoi “Foscari” messi in scena nel 1845.
Dello stesso tema, Hayez aveva proposto ben otto versioni; qui, Mattioli, attribuisce il valore del soggetto all’ambientazione di Venezia, una città che nell’Ottocento con la caduta sotto l’Impero austriaco, rappresentava egregiamente l’oscuro e decadente spirito Romantico.
Attraverso l’utilizzo di temi del passato ricondotti nel significato più profondo alla causa risorgimentale ottocentesca, Hayez si fa interprete dei sentimenti romantici, a partire dal suo giovanile dipinto “Pietro Rossi prigioniero degli Scaligeri” (1818–1820), un manifesto del Romanticismo che gli valse la fama di pittore patriota, tanto da essere definito da Mazzini, “Pittore della Nazione” (Francesco Hayez: La Storia, i protagonisti e le donne). 
La pittura di storia di Hayez, infatti, fa notare Mazzocca, dal 1820 ha rappresentato la nascente Italia in immagini che hanno fatto amare la nazione ai suoi contemporanei. 

Francesco Hayez, Gli abitanti di Parga che abbandonano la loro patria, 1831, olio su tela, 201x290cm., Pinacoteca Tosio Martinengo, Brescia

Nel 1826, il conte e collezionista bresciano Paolo Tosio commissiona all’artista una “Psiche”, ma Hayez rifiuta perché considera il soggetto “troppo neoclassico”; fu così che il mecenate gli lasciò libertà di scelta ed Hayez concepì “Gli abitanti di Parga che abbandonano la loro patria”. 

L’artista guardava a un fatto di attualità che, alla pari del quadro di storia, rivestiva un marcato valore civile

Il quadro di grandi dimensioni narra il destino dei profughi della città greca, ceduta dagli inglesi all'Impero ottomano di Alì Pascià nel 1819. Gli abitanti di Parga, pur di non vivere sottomessi dai turchi, decisero di fuggire, migrando verso le isole di Cefalonia e Corfù. Il fatto creò molto clamore nell’opinione pubblica internazionale, mentre l’opera, nata quando l'Italia non era ancora una nazione unita, ma divisa in vari stati, risuonava dei sentimenti patriottici che da poco avevano mosso i fallimentari motti milanesi contro l’esercito austriaco del 1830 e ’31. La tela sarà fonte di ispirazione per il celebre coro del “Nabucco” di Verdi.
Per “I profughi di Parga”, Hayez volle indagare gli “affetti”, i sentimenti di solidarietà e amore filiale come aveva fatto con il suo “Pietro Rossi”, ma soprattutto, volle provare a calare la scena corale in un paesaggio vero.
La composizione si sviluppa per piani di profondità, disposti come quinte teatrali: introdotta dalla figura distesa che guarda lo spettatore a sinistra, la scena si apre sul gruppo centrale più compatto e si allarga a destra con la visione della moltitudine dei profughi. Su uno sfondo scenografico e spettacolare, giocato sugli effetti di controluce in lontananza, si staglia la città arroccata sulle colline e il mare. In questo secondo piano, Hayez racconta il fatto storico mostrando l'esodo della popolazione e le navi in mare aperto, mentre in primo piano, pone il popolo greco che vive la tragedia. 

Presente anche un certo gusto romantico per l'esotismo e il folclore; ogni personaggio appare nei costumi tradizionali dai colori vivaci ben accordati e con abbondanza di dettagli

La ritrattistica di Hayez ha restituito un volto a moltissimi personaggi della Milano dell’epoca, intellettuali, ex napoleonici che usarono “il salotto” per divulgare e far crescere i loro ideali antiaustriaci, Tra questi, molte furono le donne che affascinarono l’artista per il nuovo ruolo di protagoniste della vita sociale e politica. 


Francesco Hayez, Ritratto di Giuseppina Negroni Prati Morosini, 1853, olio su tela, 96x122cm., Pinacoteca Ambrosiana, Milano

In primis, Giuseppina Negroni Prati Morosini, molto legata ad Hayez e a Verdi, sostenne le rivoluzioni del 1848 ospitando patrioti, esuli e feriti, inoltre, finanziò la causa nazionale e rinforzò le reti di relazione. Proveniente da una famiglia dell’aristocrazia liberale, Giuseppina fece della sua casa il punto d’incontro di artisti, letterati e musicisti. Hayez la ritrasse (Ritratto di Giuseppina Negroni, 1853), mentre era suo insegnante di pittura, in un dipinto straordinario da un punto di vista tecnico ed espressivo: l’intensità psicologica dello sguardo della nobildonna e la resa della veste tutta giocata su velature di neri e bianchi a restituire la materia dei tessuti, denotano la conoscenza approfondita che Hayez aveva della pittura veneziana. 
Tra il 1869 e il 1875, Giuseppina Morosini raccolse le memorie di Hayez sotto dettatura (Francesco Hayez, Le mie memorie, dettate da Francesco Hayez, 1890), facendone dono all'Accademia di Brera dopo la morte dell'artista.


Francesco Hayez, Ritratto della contessina Antonietta Negroni Prati Morosini”, 1858, olio su tela, 133,5×110cm., Galleria d'Arte Moderna, Milano

Molto legato a Giuseppina, negli anni Cinquanta Hayez realizzerà tutti i ritratti della famiglia; spicca il “Ritratto della contessina Antonietta Negroni Prati Morosini” (1858), una bambina di otto anni, in piedi tra i fiori, per la cui effige il pittore utilizzò alcune fotografie della piccola per evitarle lunghe e noiose pose. Il dipinto emana una freschezza realistica anticonvenzionale che lo pone tra i capolavori dell’epoca in materia di ritrattistica infantile. Successivamente, nel 1871-72, ritrae nuovamente Antonietta a circa vent’anni, in una tela molto più cupa e introspettiva, dove torna il dettaglio del fiore non più fresco, come il tempo che passa.


Francesco Hayez, Ritratto della contessa Clara Maffei, 1845, olio su tela, Museo Alto Garda, Riva del Garda

Lo storico Bazzani mette in rilievo anche la figura di Clara Maffei (Ritratto di Clara Maffei, 1845), patriota nelle “Cinque giornate di Milano” e donna libera che ebbe il coraggio di lasciare il marito poco incline a fedeltà; nel suo salotto milanese, prima culturale e poi politico, Clara accolse personalità del calibro di Honoré Balzac, Franz Liszt e Verdi.
Hayez in questi salotti conobbe anche Gaetano Donizzetti, Vincenzo Bellini e riprese l’amicizia dei tempi romani con Gioachino Rossini, ma fu con Verdi che ebbe il rapporto più stretto, anche perché era consulente per il Teatro della Scala, in quanto professore a Brera. Il ritratto dell’amico Rossini lo eseguirà dopo la dipartita del compositore, basandosi su una fotografia di Nadar (1870).


Francesco Hayez, Ritratto del conte Arese in carcere, 1828, olio su tela, 151x116cm., Galleria d'Arte Moderna, Firenze

Nei suoi ritratti, fin dagli anni Venti, emergono soluzioni stilistiche inedite e avveniristiche, come lo “spoglio realismo davidiano” del “Ritratto del conte Arese in carcere” (1828), un uomo discendente da una illustre famiglia della nobiltà lombarda, che aveva partecipato ai moti carbonari del 1820-21 e del 1830-31, insurrezioni fallimentari per cui venne condannato a morte e poi graziato; Hayez lo rappresenta in catene nella fortezza dello Spielberg.
Oramai conteso ritrattista ufficiale dell’aristocrazia e degli intellettuali milanesi, Hayez appena giunto a Milano, da Roma, nel 1822, aveva ricevuto la commissione per un “Ritratto di gruppo della famiglia Bori Stampa” (1822). La committente Teresa, veniva effigiata con il marito, la madre e il piccolo figlio Stefano che diverrà uno dei mecenate di Hayez. Rimasta vedova, nel 1837, Teresa sposava Alessandro Manzoni e commissionava ad Hayez uno dei pochi ritratti del grande scrittore, restio a posare, ma per Hayez fece un'eccezzione. 

Francesco Hayez, Ritratto di Alessandro Manzoni, 1841, olio su tela, 120×92,5cm., Pinacoteca di Brera, Milano

Dopo quindici sedute di posa, il pittore portò a compimento l'opera nel giugno 1841. Singolare l’assenza di elementi decorativi, su esplicito desiderio della moglie che volle tramandare l'aspetto quotidiano del marito, sottraendolo alla consueta rappresentazione pubblica da letterato ispirato.
Manzoni, è seduto con le gambe accavallate e denota un atteggiamento sereno, pensoso e quasi assente. Nella mano sinistra regge una comune tabaccheria, una scelta iconografica dettata da Teresa che contribuì a ricondurre l'immagine di Manzoni in un ambito famigliare. 
Lo sfondo, monocromo ed animato da una vibrazione luminosa che si fa più intensa avvicinandosi verso il centro, fa apparire l’uomo circondato da una sorta di aura che lo colloca in una dimensione senza tempo

Francesco Hayez, Ritratto di Gian Marco Poldi Pezzoli, 1851, olio su tela 120x93.5cm., Museo Poldi Pezzoli, Milano

Lo stesso timbro scuro e introspettivo venne adottato nel “Ritratto di Gian Marco Poldi Pezzoli” (1851) commissionato dalla madre Rosina Trivulzio. Nella tela il giovane e futuro collezionista è raffigurato in un interno privo di connotazioni spaziali, con una parete scura animata soltanto da un riflesso di luce. Seduto di tre quarti, in una posa disinvolta, guarda con intensità lo spettatore per stabilire un rapporto intimo e diretto. Evidentemente, il futuro fondatore del Museo, divenuto maggiorenne ed entrato in possesso delle fortune di famiglia, aveva scelto di apparire con un abito serio, nero ed elegante, adatto ad un ritratto di rappresentanza. 


Francesco Hayez, La distruzione del Tempio di Gerusalemme, 1867, olio su tela, 183x282cm., Gallerie dell’Accademia, Venezia

Nel 1868, Hayez suggellava emblematicamente la sua gloriosa esperienza di pittore di storia donando all’Accademia di Belle Arti di Venezia, dove oltre mezzo secolo prima aveva ricevuto la sua formazione artistica, l’imponente tela dal titolo: “La distruzione del Tempio di Gerusalemme“. Insieme a “Gli ultimi momenti del doge Marin Faliero”, destinato all’Accademia di Brera, dove l’artista veneziano aveva insegnato per buona parte della sua vita, queste donazioni furono per il pittore una sorta di testamento spirituale.
La tela veneziana ebbe una lunga gestazione: Hayes iniziò un ingente corpus di disegni preparatori nel 1860. Nel 1867, “La distruzione del Tempio di Gerusalemme” fu esposto a Brera ed accolto con entusiasmo dalla critica per la composizione dominata da un impressionante impeto visivo dato da oltre cento figure. La scena centrale mostra la distruzione del tempio nel momento più drammatico in cui la strage è al culmine, l’edificio in fiamme e il massacro in corso. Come in una “carrellata cinematografica”, Hayez rappresentata le sofferenze del popolo ebraico (che a Venezia aveva una comunità storica) privato della libertà e come già era avvenuto con il Nabucco di Verdi, l’opera diventa metafora delle angherie patite dagli italiani e vessillo dei valori risorgimentali.
Il documentario chiude con l’iconica tela del “Bacio” (1859), opera che Hayez propose in più versioni il cui significato, spiega Mazzocca, è stato oggi dimenticato e spesso travisato nel tema apparente dell’amore, mentre anche questo è un quadro politico (Hayez e l’icona del “Bacio”).  

D'altronde il rapporto privilegiato che l’artista ebbe con il gentil sesso è noto

Hayez ebbe una vita sentimentale vivace, era incuriosito e attento al nuovo ruolo sociale della donna, anche lei protagonista di sentimenti romantici che nella piena maturità l’artista riversa in diverse tele (Trittico della vendetta, 1847-1851; Malinconia, 1840-1841).
Sposato con Vincenza Scaccia nel 1817, dopo la morte di questa visse molti anni con Angiolina Rossi, una giovane che gli fece anche da modella, così come per Carolina Zucchi, con la quale ebbe una relazione di oltre dieci anni. Più volte ritratta, Hayez dedicò a Carolina anche una ventina di disegni erotici realizzati tra il 1822 e il 1830, ognuno dei quali vede la coppia intenta in diverse posizioni sessuali.

FOTO DI COPERTINA
Francesco Hayez, dettaglio di Autoritratto in un gruppo di amici, 1824-1827, olio su tela, 32,5×29,5cm., Museo Poldi Pezzoli, Milano