Ernst Gombrich racconta Corot

L'occhio di Corot, 1975

In occasione della mostra antologica "Hommage à Corot" che si tenne a Parigi all'Orangerie des Tuileries nel 1975, per ricordare i cento anni della morte di Camille Corot (1796-1875), lo storico dell’arte austriaco, naturalizzato inglese, Sir Ernst Gombrich (1909–2001) rilasciò un’intervista sull’artista condotta dallo scrittore e qui conduttore del programma, Enzo Siciliano (Settimo giorno. L'occhio di Corot, 1975). L’esposizione, punto di riferimento fondamentale per gli studi critici sull'artista francese e per la datazione delle sue opere, fece poi tappa a Villa Medici di Roma (Corot 1796-1875. Dipinti e disegni di collezioni francesi), arricchendo il catalogo di Corot con contributi specifici del panorama critico locale.
Siciliano chiede al grande studioso quale sia la lezione e il messaggio di Camille Corot. 


Camille Corot, La Cervara, la Campagna Romana, 1830-1831, olio su tela, 97,6x138,8cm., Cleveland Museum of Art, Cleveland 

Nella breve intervista, Gombrich mette in luce il ruolo centrale dell'imitazione e della tradizione nella genesi dell'opera d'arte, dimostrando come la pittura di Corot sia stata importante per moltissimi artisti, anche nel Novecento. 
Premettendo che “un grande artista è prima di tutto un individuo e sé stesso”, lo studioso richiama un’osservazione di Bernard Berenson sullo stile “non eloquente di Piero della Francesca”. La stessa cifra stilistica che lo storico dell’arte rileva nell’opera di Corot per la sua capacità di “non essere retorico”, bensì:

Autore di “una calma voce di serenità e misurata ricerca, un’indagine nel mistero della natura. Questa è in realtà la grandezza di Corot”
Ernst Gombrich

Dopo immense difficoltà, Corot riuscì ad acquistare un’immensa fama e anche se tardi, a raggiungere il successo e a diventare ricco. Con queste considerazioni, Gombrich demolisce il mito romantico dell’artista incompreso dai suoi contemporanei, affermando che la tenacia di Corot gli procurò stima ed ammirazione anche da colleghi molto lontani dalla sua poetica. Corot, infatti, espose ai Salon tutta la vita, “ma non parteggiava né per l’accademia, né contro l’accademia”.

Corot è il pittore della luce, egli sapeva penetrare il mistero della luce nel paesaggio. Non fu mai drammatico”
Ernst Gombrich

Queste caratteristiche dell’opera di Corot fecero breccia nella nuova generazione impressionista, da Claude Monet a Camille Pissarro. Tuttavia, Corot non fu mai impressionista, perché era di due generazioni più anziano e anche se per entrambi la natura era il dato fondamentale da cui partire, per l'anziano artista era diverso: come disse Corot stesso, ricorda Gombrich, “poteva chiudere gli occhi” e se la natura non corrispondeva alle sue idee, la cambiava. 

Il sole sorge e tramonta nella mia stanza” 
Camille Corot 

Con questa affermazione, lo storico dell’arte sottolinea che Corot prendeva appunti en plein air, ma finiva poi le sue tele nella quiete dello studio, attraverso l’immaginazione di un sentimento. 
Dopo gli impressionisti, la lezione di Corot fa breccia su Paul Cézanne, che del maestro francese ammira la forza con cui la luce crea profondità strutturando la composizione. Per questo, Gombrich ricorda un detto famoso dell’artista: 

Bisogna ridiventare classici mediante la natura”
Paul Cézanne

In chiusura, lo studioso richiama alla poetica di Corot anche un singolare artista del Novecento, il bolognese Giorgio Morandi, solitario e appartato dal mondo dell’arte e comunque, “sempre molto raffinato e sicuro dei suoi mezzi”.