Borromini: eleganza, rigore e tormento

Festa barocca

Tratto dalla serie Festa Barocca (Gli stregoni della meraviglia), il filmato presenta la poetica dell'architetto ticinese Francesco Borromini (1599-1667), attivo a Roma dal 1619 circa, fino alla morte, attraverso alcune opere emblematiche.
Non si può parlare della Roma di Borromini senza considerare  il contesto in cui si trovò ad operare il giovane, passato dal grande ed eterno cantiere Gotico del Duomo di Milano, a quello altrettanto grande, ma soprattutto potente, rappresentato dai pontefici. Borromini entrava nella fervente Fabbrica di San Pietro, accanto al parente ticinese, l'architetto capo Carlo Maderno (1556-1629), conoscendo ben presto nelle impalcature del Baldacchino, il suo rivale Gian Lorenzo Bernini (1598-1680), lo stesso che sostituirà il suo maestro dopo la morte. A un breve periodo di collaborazione, che continua anche a Palazzo Barberini, succede la definitiva rottura e la divisione netta delle rispettive carriere (Francesco Borromini, una biografia). 

Le profonde differenze fra i due massimi artisti della Roma barocca non dipendono solo da diversità di temperamento e formazione culturale, esse sono frutto di concezioni estetiche e fin anche spirituali, diametralmente opposte 

Borromini possedeva una solidissima padronanza della tecnica architettonica, al contrario, Bernini eccelleva in molteplici campi dell'arte, dalla scultura, fino all'urbanistica. La sua era una visione dell'arte universalistica e classicista, che esaltava l'idea primaria a guida del significato dell'opera.
Non a caso, Bernini, che disegnava e dipingeva benissimo, produsse di sua mano solo schizzi architettonici, immediate e rapidissime trascrizioni di concetti poi tradotti in progetti dai suoi collaboratori. Per lui l'architettura era un'arte della retorica, sviluppata all’interno di una ricerca classica in linea con le  formule rinascimentali.

Borromini, di contro, impersonò la vocazione più trasgressiva e antiaccademica, lavorò inflessibile ai suoi progetti in modo quasi maniacale e ossessivo, crivellando i fogli da disegno con la punta del compasso, cercando e ricercando schemi, rapporti geometrici, forme complesse 

Bernini, tecnico ineguagliabile nella scultura e coordinatore eccellente di maestranze, non fu mai particolarmente coinvolto nel cantiere di costruzione a differenza di Borromini che, come riportano i biografi, assicurò sempre la sua presenza attiva, anche in umili lavori. Questa totale e appassionata devozione per la sua arte, Borromini l'attuerà per tutta la sua carriera, con momenti di alte tensioni ed irrequietezze che per logorio, lo accompagneranno al suicidio, un aspetto questo molto leggendario, che rischia di inquadrarlo nel ruolo del moderno outsider

Ma per Borromini la questione è tutt'altra e toccava le sue corde profonde: per lui l’arte era azione e coinvolgimento personale, espresso nella creazione dei suoi spazi fisici e avvolgenti, illusori ma reali, un'architettura in movimento, quasi  pulsante di luci e ombre, niente a che vedere con gli effetti scenografici di Bernini 

Borromini agiva su materie umili e basiche che trasformava in forme preziose di luce e armonia; il mattone rosso, i rivestimenti di intonaco e lo stucco bianco, sono tutti ingredienti che, ben calibrati, conferivano ai suoi interni una suprema eleganza. Bernini, di contro, amava i materiali pregiati come i marmi policromi misti al bronzo dorato e giocava con le qualità tattili e visive delle superfici (La Cappella Cornaro di Bernini). 
Nelle sue architetture, Borromini non introduce mai il colore con dipinti o marmi, i suoi spazi non sono mai scenografici, al contrario, le sue chiese sono sgargianti di bianco e le decorazioni scultoree, come il caso delle edicole verdi in San Giovanni in Laterano, sono incorporate all’architettura dell’edificio. Così, la luce di Borromini orchestrata con sapiente regia, viene usata per sottolineare lo spazio fisico e spirituale, senza contrasti drammatici.

Io al certo non mi sarei posto à questa professione col fine di essere solo copista, benché sappia che nell’inventar cose nuove non si può ricever il frutto della fatica, se non tardi ... Chi va dietro agli altri non li va mai d’innanzi …
Francesco Borromini

Borromini, che fece fatica ad emergere nella Roma plasmata da Bernini, non viaggiò, non ebbe allievi e non formò una sua scuola, eppure fu un innovatore. Le sue invenzioni poggiano su solide basi, affondano le radici in un passato autorevole, dimostrato dalla reverenza che ha sempre avuto per Michelangelo (1475-1564) e per l'antichità romana, momenti della storia dai quali deduce la continuità degli spazi e l’idea di un'architettura in movimento. 
Fin dagli anni di formazione a Roma, affianco a Maderno, Borromini studia con passione i resti dell’antichità, effettua rilievi e disegni, allestisce una sua ricca biblioteca dove conserva copia delle Antichità di Roma, dell'architetto e pittore napoletano Pirro Ligorio (1513-1583). Nell'Urbe, inoltre, frequenta l’antiquario e collezionista, molto amato dai Barberini, Cassiano Dal Pozzo (1588–1657), presso il quale consulta e usa testi importanti sugli antichi monumenti. 

Ma Borromini non si avvale dei modelli studiati dagli architetti del Quattro e Cinquecento, come il Pantheon, le Terme di Caracalla o la Basilica di Massenzio, il ticinese è piuttosto attratto dall'architettura di età imperiale inoltrata, quella di Villa Adriano a Tivoli, per esempio

Stessa cosa per le decorazioni dei capitelli: Borromini ammira quelli finemente lavorati di età augustea e flavia che aveva visto sui trattati di Giovan Battista Montano (1534–1621), architetto e disegnatore instancabile di rovine romane, che tentando di ricostruirne l'originario aspetto, aveva dato vita a invenzioni fantastiche, anticipando Giovanni Battista Piranesi (Giovanni Battista Piranesi 1720-1778).
Nei disegni di Montano, Borromini scopriva anche l'architettura del tardo impero orientale, costruzioni con facciate risolte in un’unica curva concava, la stessa utilizzata da Borromini in una combinazione di varianti, tra concavo e convesso, elaborate fin dalla sua prima opera autonoma, il Complesso di San Carlo alle Quattro Fontane (Francesco Borromini, una biografia).

Altra caratteristica importantissima della sua estetica, è l'assimilazione dell'architettura alla natura, un'idea che nel Quattro e Cinquecento era già presente, ma con significati diversi da quelli seicenteschi

Nell'epoca del Barocco, infatti, è viva la convinzione secondo la quale l’armonia sottesa alla natura sarebbe riconducibile alla matematica, un binomio chiaramente espresso sia negli scritti di Giovanni Keplero (1571-1630) sulle strutture dei cristalli e del nido d'ape, sia in quelli sulla luce di Galileo Galilei (1564-1642), autori che Borromini conosceva data la diffusione di queste idee negli ambienti romani dei primi anni del Seicento (Giordano Bruno e Caravaggio, tra luci e ombre). 
Che Borromini derivasse la sua concezione estetica dell’architettura della natura intesa in termini matematici e geometrici, troviamo conferma in una lettera inviata dall'artista  al cardinale Camillo Pamphili, in occasione della progettazione della villa a lui commissionata. Ma è soprattutto nella pratica architettonica che Borromini lo dimostra: una caratteristica fondamentale del suo metodo di lavoro infatti, consiste nello sviluppare il progetto attraverso una serie di complesse elaborazioni geometriche, apparentemente eccentriche. La pianta di San Carlo, ad esempio, è stata elaborata a partire da triangoli e cerchi, quella di Sant'Ivo alla Sapienza, da due triangoli equilateri, sovrapposti e invertiti. La scelta di tali forme esatte, veniva fatta su precise figure simboliche, come il triangolo, richiamano alla Trinità per San Carlo e Sant'Ivo

Le sue decorazioni inoltre, sono parte integrante di un preciso programma iconologico, sempre connesso alla natura della committenza 

La proposta estetica di Borromini, all'epoca appare  anticlassica nella Roma di Bernini, ma di contro, le sue idee ebbero una grande fortuna europea. La sua architettura di movimento, fu compresa ed accettata più facilmente nei paesi dell’Europa centrale, più che in Italia e in Francia, sedi del classicismo universalista romano. I suoi corpi che quasi respirano in una condizione di equilibrio dinamico, vengono notati soprattutto in Austria e in Germania, dove esercitò un’influenza determinante su autorevoli architetti. Nei paesi slavi e di lingua tedesca, infatti, il linguaggio classicista non penetrò affatto e quando si palesò, già era stile manieristica. Durante il Rinascimento europeo, si continuarono ad innalzare cattedrali gotiche o si completavano quelle iniziate nel Due e Trecento: il Gotico, rimase un linguaggio alternativo al classicismo.

Borromini non rinnega il classicismo che dall’antichità risaliva fino al Rinascimento, ma al contrario dei suoi contemporanei, non elimina la lunga parentesi dello stile Gotico e Bizantino, come dimostra nel disegno a cassettoni della cupola di San Carlino, ripresa da un mosaico paleocristiano

Figlio della frontiera a nord d'Italia, Borromini fu in grado di compiere una nuova e più ampia sintesi dei linguaggi in auge. Guardando le pareti scolpite di Michelangelo, l'architetto innestava questa suggestione al vocabolario geometrico del Tardo Medioevo che integrava la decorazione alla struttura. 
Nella volta della Biblioteca della Casa dei Filippini e in quella della Cappella dei Re Magi (Collegio di Propaganda Fide), le costole in rilievo di stucco che s’incrociano diagonalmente, hanno un valore formale e tuttavia, enfatizzano la struttura portante. 

Secondo il classicista Bernini, le opere di Borromini erano assurde, fantastiche suggestioni prive di fondamento storico, un giudizio questo, ripreso e amplificato dalla critica ottocentesca che recepiva le architetture del ticinese come fantasie nate dall’arbitrio e dal capriccio, senza alcuna obbedienza alle regole

Ma i progetti di Borromini, uomo coltissimo che aveva accumulato nella propria biblioteca oltre mille opere di architettura, erano tutt’altro che improvvisati. Come osservava lo storico dell'arte Giulio Carlo Argan:

Borromini non rifuggiva per partito preso dallo studio dell’antico, ma dall’interpretazione dell’antico secondo i principi formali astratti fissati dai trattatisti. Ciò ch’egli nega non è la storia come esperienza, ma la storia come principio d’autorità

Guidato da una volontà di ferro, da una smisurata ambizione e da una lucida coscienza delle proprie capacità, Borromini affrontò il problema del linguaggio architettonico rielaborando le fondamenta istituzionali fin nei minimo dettagli, sapendo che le sue scelte non gli avrebbero assicurato il successo. Tuttavia, corse il rischio e inventò i suoi elementi figurali e decorativi, non attenendosi mai a tipi, o modelli precostituiti. 
La colonna, che nella tradizione classica è sostegno o strumento di divisione, la trasforma in contrafforte, smusso angolare, asse di movimento rotatorio, così come inventa forme nuove per i capitelli e le inflessioni nelle cornici delle porte.