Il paesaggio di Camille Corot

Un racconto di Angelo Capasso

Jean-Baptiste Camille Corot (1796-1875) soggiornò in Italia in tre ripetuti viaggi e fu proprio il Bel paese ad ispirargli una pittura di paesaggio molto personale, tutta incentrata sulla luce calda del mediterraneo e sulla costruzione di composizioni armoniche meditate sulla conoscenza dei classici. 
Il critico d’arte Angelo Capasso, qui racconta le molteplici novità della pittura di Corot, suggestioni che saranno sviluppate da diversi paesaggisti dell’Ottocento italiani e stranieri, ma anche da pittori del Novecento come Picasso, De Pisis e Morandi (L’eredità di Camille Corot). 

A capo della scuola moderna del paesaggio sta Corot … Le qualità per le quali egli spicca sono così forti che l’influenza di Corot è oggi percepibile in quasi tutte le opere dei giovani paesaggisti, soprattutto di quelli che avevano già l’abitudine a imitarlo e a profittare della sua maniera prima che fosse celebre e che la sua fama oltrepassasse la cerchia degli artisti"
Charles Baudelaire, 1845

Con queste parole, nel 1845, il giovane poeta francese Charles Baudelaire (1821–1867) recensiva al Salon parigino i paesaggi di Corot, tele ancora ignorate dalla critica ufficiale del tempo, ma che senza dubbio non erano sfuggite ai giovani pittori parigini e anche italiani, durante i suoi ripetuti soggiorni nel paese.   


Jean-Baptiste Camille Corot, Il carretto, ricordo di Marcoussis, 1855, olio su tela, 97x130cm.,  Musée d'Orsay, Parigi 

Sarà proprio grazie alle parole di Baudelaire che il pittore arriva a consacrare la sua fama all’Esposizione Universale di Parigi del 1855, in età avanzata. Nell’occasione, Napoleone III acquistava “Il carretto, ricordo di Marcoussis” (1855, Musée d'Orsay, Parigi), un concentrato della poetica dell'artista in età matura. Anzitutto, il quadro di “ricordo” dava forma alle emozioni lasciate nella memoria dalle sessioni di lavoro en plein-air, ma pur richiamando nel titolo dell’opera il nome di una località, Corot non descriveva la realtà topografica specifica, bensì ne esprimeva l'atmosfera emotiva attraverso un’intensa luce meridiana, senza rinunciare al suo particolare realismo.

Corot è stato un autodidatta

Di famiglia borghese, il padre mercante di stoffe e la madre modista ricercata, l’adolescenza tranquilla ed economicamente stabile del giovane gli permisero di crescere in un clima sereno e agiato. Affezionato alla madre e timoroso del padre, Corot fu avviato nel commercio di tessuti dimostrando di non possedere alcuna abilità nell’esercizio. Nonostante tutto, resistette fino a quando ottenne dal padre il permesso di seguire la sua passione. 

Era il 1821 e aveva venticinque anni

Capasso fa notare che l’apprendistato con il padre nel settore dei tessuti, probabilmente, affinava la sensibilità del giovane verso il colore. È un fatto curioso che nel 1839, il chimico Eugène Chevreul rivoluzionava lo studio dei colori applicati al tessuto teorizzando il principio del “contrasto simultaneo” evidenziato del “cerchio cromatico”, uno strumento utile a creare la luce attraverso l’uso di colori complementari.

Jean-Baptiste Camille Corot, Diana e Atteone, 1836, olio su tela, 156,5x112,7cm., Museo Metropolitano, New York

La formazione artistica di Corot iniziò tra il 1821 e il 1822, con il suo primo maestro, Achille Etna Michallon un pittore francese vicino a Jacques-Louis David. L’artista trasmise a Corot i principi del Neoclassicismo e il giovane iniziò così a disegnare capendo come costruire convincenti ambienti tridimensionali. Il paesaggio “naturale” di Pierre Henri de Valenciennes (1750–1819), pittore attento alla luce che aveva soggiornato in Italia, gli fu d’esempio (Italia. Il paese del Sublime tra Sette e Ottocento).
Tuttavia, fin da giovane Corot visse ripetuti insuccessi ai Salon parigini; per essere ammesso, realizzava tele mitologiche di gusto classicheggiante, com’era nella sua formazione, scene di paesaggio animate da ninfe e pastori che ripetutamente venivano respinte (Diana e Atteone, 1836). Solo in tarda età diventò membro della giuria del Salon

Per sé stesso, nel privato dello studio, l’artista dipingeva paesaggi più liberi e personali realizzati da schizzi en plein-air, frutto di osservazioni della luce

Corot si limitava alla realizzazione di bozzetti, spesso ad olio su carta, che poi utilizzava per realizzare tele finite in studio procedendo così ad una più attenta composizione strutturale e cromatica. 
L’en plein-air, era usato dalla “Scuola di Barbizon”, un gruppo di pittori riuniti nella foresta di Fontainebleau, vicino a Parigi, per sperimentare una pittura di paesaggio “dal vero” che trasmettesse l’idea di una partecipazione emotiva e diretta con la natura, come nella tradizione romantica. Dal 1830, Corot entrò in contatto con il gruppo lavorando con Théodore Rousseau (1812–1867) e Charles-François Daubigny (1817 1878); tuttavia, interessato alla resa della composizione, a differenza dei Barbisonniers Corot, mantenne sempre una forte impronta classica derivata dai suoi viaggi in Italia. Il loro palladino fu l’inglese John Constable (John Constable, un naturalista romantico), i cui paesaggi comparvero al Salon di Parigi nel 1824, visioni rurali e campestri autonome, non funzionali a scene di genere. 

La prima volta di Corot in Italia fu nel 1825, quando affrontò un suo personale Grand Tour a scopo di formazione, finanziandosi il viaggio

Dopo alcune tappe nelle principali città europee, scelse Roma e si spinse poi nell’Agro Romano, soggiornando a Narni e Tivoli; qui, Corot maturò un suo stile visibile in moltissimi disegni e dipinti realizzati en plein-air, in quasi tre anni di lavoro. 
A Roma, Corot ammirò il patrimonio storico, ma fu attratto dalla luce mediterranea che accese i suoi paesaggi. Si avvicinò al paesaggista francese Pierre-Athanase Chauvin (1774–1832), allievo di Valenciennes che schizzava paesaggi all’aperto in stile classico, con padronanza di prospettive e destrezza nel cogliere con minuzia particolari e fonti luminose. 


Jean-Baptiste-Camille Corot, Napoli, il colle di Sant'Elmo, 1828, olio su carta applicato su tavola,  20,6x40,4cm., Collezione privata

Prima di tornare a Parigi, nel 1828, Corot si recò a Napoli e ripartendo verso casa fece una piccola sosta a Venezia. A Napoli, dipinse le vedute del Vesuvio e conobbe i paesaggisti della “Scuola di Posillipo”, pittori che in seguito al soggiorno partenopeo di William Turner (I segreti di William Turner), tra il 1819 e il 1828, avevano sviluppato un’interpretazione romantica della veduta, in paesaggi accesi da toni lirici.
Se le opere del periodo giovanile sono caratterizzate da un’analisi dettagliata delle forme architettoniche e del paesaggio, con impiego di spesse linee di contorno e pennellate chiare e sottili, dal 1825, con il soggiorno in Italia, Corot coniugò sapientemente la costruzione del paesaggio classico, già seicentesco e in particolare di derivazione olandese, con l’ispirazione dal vero, restituendo un certo grado di idealizzazione in scene fermamente ancorate alla realtà del posto.
In uno dei suoi dipinti più noti, “L'isola Tiberina con il ponte di San Bartolomeo a Roma”, un olio su carta datato 1825-28, Corot dimostra una grande abilità compositiva nell’efficace distribuzione di masse architettoniche e paesaggistiche, esaltate dalla luce mediterranea nitida e chiara, resa con tonalità leggere e poco brillanti.


Jean-Baptiste-Camille Corot, L'isola Tiberina con il ponte di San Bartolomeo a Roma, 1825-28, olio su carta applicata su tela, 43,2×27cm., National Gallery of Art, Washington

La bravura di Corot sta proprio nel coniugare il tema classico del paesaggio alle novità di una pittura “lirica” e vera, come ricorda Ernst Gombrich: “se una cosa non gli fosse piaciuta la avrebbe cambiata” (Ernst Gombrich racconta Corot).
Tornato in Francia, Corot approfondiva la sua ricerca personale con i pittori di “Barbizon” e nel 1834, in seguito a ripetuti insuccessi nel Salon parigino, ritornava in Italia per la seconda volta. Soggiornò a Venezia e in Toscana e si concentrò in molteplici scene di natura selvaggia tipiche del paesaggio di Volterra (Volterra. Strada che scende dalla città, 1834). Nella strada di ritorno a Parigi, dipinse le nebbie del lago di Como. Nell’estate del 1843, ritornava in Italia per la terza ed ultima volta fermandosi a Roma, Tivoli e nei luoghi di Villa d'Este.


Jean-Baptiste-Camille Corot, I giardini di Villa d'Este a Tivoli, 1843, olio su tela, 28x50cm., Museo del Louvre, Parigi

Quando Baudelaire, da acuto critico d'arte, interveniva al Salon del 1845, in merito ai paesaggi di Corot, il poeta metteva in evidenza la differenza tra un'opera semplicemente "finita", “piena di dettagli pedanti che uccidono l'anima del quadro” e un'opera "compiuta", dove “la visione e l'emozione dell'artista sono perfette, anche se la pennellata resta libera e abbozzata”. 
Non a caso, Corot fu molto ammirato anche da Eugène Delacroix (Eugène Delacroix, la verità della passione) che incontrava ripetutamente ai Salon. Nel 1847, dopo la recensione di Baudelaire, il maestro del Romanticismo francese si recò nello studio di Corot per dei consigli. L’esperienza lo colpì moltissimo, tanto che la sera stessa annotò una sua celebre riflessione sul diario, suggellando stima e amicizia:

Corot medita a fondo sul suo soggetto: le idee gli vengono e lui le aggiunge mentre lavora; è il modo giusto di procedere"
Eugène Delacroix

Corot infuse la pratica en plein-air ai suoi allievi, in primis, Camille Pissarro, promotore della pittura impressionista; qui, fa notare Capasso, tale pratica fu facilitata anche dalla nascita, nel 1841, del primo contenitore in metallo morbido per conservare la pittura a olio, il tubetto di colore. 

Angelo Capasso. Critico d’arte, docente di Storia e Metodologia della Critica d’arte presso Accademia di Belle Arti di Carrara, dove è stato direttore artistico del progetto C.O.M.. Curatore e membro del comitato scientifico della Collezione Farnesina Design, (Ministero Esteri); direttore editoriale di Exibart; co-direttore della Fondazione Volume! (Roma); caporedattore di Cahiers d’Art International.
Autore di libri e saggi tra cui: “Naturans. Il paesaggio nell’arte contemporanea”, Skira, Milano (2018); “Nottefonda. Rituali del buio” (2000); “ABO. Le arti della critica” (2001); “AA. L’arte per l’arte” (2002); “Opere d’arte a parole”, (2007); “Satoshi Hirose. Viaggio” (2008); “L’orlo del vuoto. Vita arte e morte di Luigi Di Sarro” (2008); “Sadiesfaction. Seduzione, Economia, Arte” (2011); “Sortir Du Champ”, (2021); “Cosa dire. Manuale di Critica d’Arte” (2024).
Ha collaborato con RaiNews 24, Rai Sat Art, Rai Utile, Rai Educational, Rai Cultura.

FOTO DI COPERTINA
Jean-Baptiste Camille Corot, Volterra, 1834